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#Mal di pietre, mal di "Marion"

MAL DE PIERRES

 
regia: Nicole Garcia
soggetto: Milena Agus
fotografia: Christophe Beaucarne
sceneggiatura: Nicole Garcia, Jacques Fieschi
montaggio: Simon Jacquet
cast: Marion Cotillard, Louis Garrel, Alex Brendemühl, Brigitte Roüan
 
anno: 2016
nazione: Francia
produzione: C-Films AG, Les Productions du Trésor
distribuzione: Good Films
genere: drammatico
data uscita in Italia: 13 aprile 2017
durata: 116 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Tratto dal romanzo della scrittrice italiana Milena Agus, Mal di pietre è un film di Nicole Garcia che mette in scena Marion Cotillard e Louis Garrel. Arriva nelle sale italiane il 13 aprile.

Seppure selezionato al festival di Cannes, quando ho letto la trama del film e ho capito che avrei avuto a che fare ancora una volta con il classico ruolo piagnone di Marion Cotillard, i calcoli renali li ho sentiti tutti su di me. La trama suona un po' così:

Gabrielle trascina la sua esistenza a fatica, sotto il peso della sua nevrosi, quasi una schizofrenia dettata alla lettera dall'impossibilità di amare nei modi e nei tempi che desidera. Gabrielle si abbandona ai propri impulsi sessuali e questo costruisce su di se l'immagine di una pazza, una nevrotica per i conoscenti e per la famiglia che non è in grado di starle dietro. La scelta dei suoi cari di farla “maritare” suona tanto come rimedio della nonna. Insomma pazza si, ma almeno con un marito a fianco che ti mette sulla retta via. Ma Gabrielle, proprio lei che ama alla follia, non ama Josè, il povero e premuroso muratore che va incontro, a braccia aperte, a quella che sarà la croce più pesante da portare sul sentiero della vita.

Gabrielle ha anche i calcoli, pietruzze nei reni (si, da qui prende il nome il film) e pertanto è costretta a farsi curare in una clinica in Svizzera.

L'incontro nella casa di cura con il tenente André Sauvage, interpretato da Garrel, è la vera svolta, un canale libero, luminoso e non ostacolato per la fuoriuscita degli impulsi di Gabrielle; un capro espiatorio da immolare sotto il nome del folle desiderio d' amore, di darsi anima e corpo all'altro e di sentire vive le proprie membra. Gabrielle, nella clinica svizzera, ottiene la propria vendetta nei confronti della vita. Ma il tenente viene trasferito e il soggiorno di Gabrielle termina con il rientro in Francia assieme a suo marito Josè, tra il concepimento del loro bambino mai voluto, la caterva di lettere per il tenente le cui risposte non arrivano mai e i silenzi del marito Josè che insomma ha imparato a farsi gli affari propri, ha capito di dover lasciare Gabrielle ai propri vaneggiamenti.

La confezione di Nicole Garcia prende una lunga, lunghissima rincorsa prima di lanciarsi nel vuoto. In grado di alimentare una furibonda idiosincrasia nei confronti della protagonista, ci stufiamo presto di seguire i capricci e gli scalpitii di una donna che non hai mai superato la pubertà, una bisbetica e Cotillardosa (perché l'attrice francese ormai la vediamo in scena solo se ci sono di mezzo piagnucolii simili) immatura che vuole tutto e subito, che non si guarda mai attorno; che, infine, per cercare disperatamente la vita non si accorge che questa gli sta sfumando tra le dita.

 

Non è il caso di svelare l'atroce colpo di scena che getta Gabrielle in un baratro disperato, qualcosa che non lascia neanche più la forza di fare i capricci, che con una facilità esagerata nel progetto della Garcia serve a far rendere conto a Gabrielle che forse è il caso di cominciare a fare la madre, con circa una quindicina d'anni di ritardo.

Mal di pietre s'impantana nel desiderio di raccontare per immagini i deliri di una donna dai nervi scossi, assume sulle proprie spalle l'onere di spiegare l'inspiegabile, l'ineffabilità di una visione, l'insensatezza di un groviglio di sentimenti. E ci riesce, ma caro prezzo. Il risultato è la pedanteria. In tutto ciò quella vecchia volpe di Garrel continua a crogiolarsi e godere dell'evanescenza dei propri personaggi; poco più che sagome, aloni che sbiadiscono presto sulla scena, che troppo sarebbe definirle interpretazioni.

Avete gia' visto questo? Lo andrete a vedere? Condividete l'opinione di Luca o siete di un altro parere? Lasciateci un commento con i vostri pensieri sotto!

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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