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#Orecchie: l'esilarante tragicommedia in bianco e nero di Aronadio

ORECCHIE

 
regia: Alessandro Aronadio
fotografia: Francesco Di Giacomo
sceneggiatura: Alessandro Aronadio
musiche: Santi Pulvirenti
cast: Daniele Parisi, Silvia d'Amico, Pamela Villoresi, Ivan Franek, Rocco Papaleo, Piera Degli Esposti, Milena Vukotic, Andrea Purgatori, Massimo Wertmüller
 
anno: 2016
nazione: Italia
produzione: Matrioska
distribuzione: 102 Distribution
genere: commedia
data uscita in Italia: 18 maggio 2017
durata: 90 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Divertente, originale e sperimentale. “Orecchie”, scritto e diretto da Alessandro Aronadio è un'esilarante tragicommedia in bianco e nero che ha esordito alla biennale di Venezia. In sala dal 18 maggio.

Un uomo si sveglia una mattina con un forte e fastidioso fischio alle orecchie. Un biglietto lasciato sul frigo recita: “E' morto il tuo amico Luigi. P.S. Mi sono presa la macchina”. Non ricordando nessun Luigi, comincia l'assurda giornata di un uomo la cui vita va allo sbando, tra amici opportunisti, suore invadenti, e diagnosi mediche manicomiali.

Basta la prima inquadratura per rendersi conto del fatto che Orecchie di Alessandro Aronadio non è proprio un film come gli altri. Il formato dell'inquadratura si distanzia grossolanamente dal classico formato cinematografico. Qualcosa che mi ha ricordato Mommy di Dolan o Al di là delle montagne di Jia Zhang-Ke. Si capisce presto, basta solo farci caso, che la scelta del ritaglio gravita attorno alla trama di Orecchie e che nulla è stato suggerito da uno strambo gusto estetico.

 

Il protagonista di Orecchie si ritrova a vivere una giornataccia, tra le peggiori. Gettato nel mondo senza grazia, rimbalza dolorosamente da un ambiente all'altro con il suo fastidioso fischio nelle orecchie. Suore che invadono casa e cercano di fare pressione su matrimonio e figli. Dottori che si burlano dei propri pazienti diagnosticando improbabili gravidanze a soggetti maschili. E poi gli amici che ti spingono oltre la porta di casa non per affetto, ma per mancanza di posti con cui consumare una fugace distrazione extraconiugale. Insomma, la vita di questo laureato in filosofia è una continua disperazione. Ci sarebbe Alice, la sua compagna, a tirarlo su. Ma negli ultimi tempi non sorride sinceramente e gli angoli della sua bocca rivolti verso il basso, impressi sulle foto, mandano in crisi anche l'ultima certezza di quest'anima filosofante in caduta libera.

Cercando di tralasciare una madre che riscopre l'amore ardente con un pazzoide artista di strada e una redattrice che offre un lavoro che supera il ridicolo, c'è ancora la questione del funerale di Luigi di cui non c'è memoria. Sarà stato un malinteso a portare il protagonista in una squallida chiesetta ricoperta da teloni di plastica per la disinfestazione.

Divertente dall'inizio alla fine, questa tragicommedia sa risuonare come un acufene, non solo nella testa di un supplente di filosofia ma anche nella nostra. Immersa in un grigiore smorto e pallido, la cui immobilità sottolinea l'impossibilità di un salto verso un fuori, la confezione si fa maschera di un ristagnare esistenziale. Posiamo sentire il respiro della pellicola, paragonabile a quella di un vecchio comico in punto di morte che riesce a ridere e tossire contemporaneamente. Dialoghi sul limite dell'assurdo, strutturati con una maliziosità incalzante che non lascia scampo. Nelle viscere di questo onirico circo di pazzoidi, Orecchie sa emergere con le proprie domande. Sa chiedere e sa ascoltare le proprie risposte. Luigi, il morto sconosciuto abbandonato anche il giorno del suo funerale , può essere un po' tutti coloro che non riescono ad abitare il proprio spazio nel mondo, che trovano in tutto un declino destinato alla morte alla sofferenza. Luigi incarna con le proprie membra e la cascina di legno la sofferenza di chi si ritrova solo in un immenso “altro” fatto di gente, di suoni e di gesti. Imparare a convivere con il fastidioso fischio nelle orecchie è comprendere la diversità, è accettare la nevrosi mondana che assale dalle spalle e morde la nuca. Una trovata geniale dunque è allargare il formato dell'inquadratura progressivamente, sottolineando come l'apertura verso il circostante, l'espansione del proprio sguardo che sa squarciare il limite depressivo delle proprie convinzioni, possa farsi panacea, erba curativa, contro un grande male umano: l'alienazione.

Avete gia' visto questo film? Lo andrete a vedere? Condividete l'opinione di Luca o siete di un altro parere? Lasciateci un commento con i vostri pensieri sotto!

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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