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#Dunkirk: Nolan si applica, ma può fare di meglio

DUNKIRK

regia: Christopher Nolan
fotografia: Hoyte van Hoytema
sceneggiatura: Christopher Nolan
montaggio: Lee Smith
musiche: Hans Zimmer
cast: Tom Hardy, Cillian Murphy, Mark Rylance, Kenneth Branagh, James D'Arcy, Harry Styles, Aneurin Barnard, Jack Lowden, Barry Keoghan, Fionn Whitehead, Charley Palmer Rothwell, Elliott Tittensor, Brian Vernel, Kevin Guthrie
 
anno: 2017
nazione: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia
produzione: RatPac-Dune Entertainment, Syncopy, Warner Bros
distribuzione: Warner Bros
genere: azione, guerra 
data uscita in Italia: 31 agosto 2017
durata: 106 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

La critica di mezzo mondo lo sta osannando. Dunkirk, l'ultimo film di Christopher Nolan è al cinema dal 31 agosto. La guerra, così, non l'avevamo mai vista. Ma noi abbiamo preferito togliere le pulci a Nolan questa volta.

Nolan ci racconta un pezzo di storia mai visto al cinema, un tassello del grande mosaico della guerra a cui nessuno fino ad ora aveva dato importanza all'interno dell'archivio cinematografico. Raccontare Dunkirk è raccontare la fuga di trecentomila uomini inglesi ormai sbaragliati dalle truppe tedesche, fermi e impotenti sulle coste francesi, in attesa di navi per il rimpatrio o della morte. 

Tutto qui? Si, tutto qui, perché a dire il vero Dunkirk non è neanche un film di guerra. La guerra qui fa solo da cornice. Qui possiamo parlare di una categoria a se stante, un prodotto imparagonabile ad altri titoli, non per qualità, ma per la sua stessa essenza. Chiamatelo “di retroscena” se volete. Dunkirk è un teatro animato da anti eroi comunissimi, mal caratterizzati e poco interessanti, perché Nolan sembra aver fatto suo il concetto di metamorfosi del soldato. Finalmente, per una volta, non c'è eroismo fasullo, niente gesta pomposamente eroiche. Tutti non pensano che al rimpatrio, altare sacro su cui sacrificherebbero ognuno dei compagni d'armi. Solo uomini obbligati a portare elmetto e fucile, costretti all'immobilità da bersagli, sotto gli ordigni dei nemici, sulle lunghe e spoglie spiagge francesi, claustrofobiche nonostante l'ampiezza degli spazi. Essere su una distesa di sabbia o sotto coperta in una nave non fa differenza. La morte arriva dal cielo.

Le riprese aeree durante gli scontri in volo sono gli unici momenti di sfogo nella pellicola del regista britannico. Pirotecnici gli scambi di proiettili tra aerei inglesi e tedeschi sullo stretto della manica. La tartassante colonna sonora scandisce di continuo una tensione monotonica che a lungo andare perde il suo potere e la sua intensità. Insomma, dopo un po' neanche vedere Tom Hardy volteggiare come un fringuello ormai senza carburante è sufficiente per lasciarsi coinvolgere da Dunkirk. Si fa presto ripetitivo il motivetto di soldati che si arrampicano sulle navi per poi tuffarsi in acqua quando le cose si mettono male. Viene spontaneo quel “e poi?” scettico e in malafede.

Ma Dunkirk sembra essere un mezzo esperimento, un prodotto ibrido e bicefalo, sperimentale e originale solo per una metà. Alla prima difficoltà Nolan si tuffa, come i soldati di cui racconta poco e male le vicende, nel classico cinema da pop corn, dove "Storia" a parte, il buon finale si fa fin da subito presagio di banalità e prende voce un eco stonato che cancella quel silenzio ben costruito poco prima. Coraggioso si quindi, ma anche “piacione”. Il rischio è quello di deludere un po' tutti: lo spettatore medio che a fine proiezione non ha effettivamente visto un film che sa fare la guerra; e potrebbe lasciare a bocca asciutta anche i puristi a cui è stata semplicemente mostrata una strada, quella giusta, quella dei soldati che non hanno proprio nulla da dire, che sgomitano tra loro per tornare a casa, svuotati d'umanità e riempiti di sopravvivenza come le belve.

La strada del dramma reale resta tuttavia una quasi apparizione. Ciò che resta, inconfutabile, è il prezioso tocco tecnico di Nolan e colleghi, con una fotografia in grado di valorizzare gli ambienti un po' plumbei e un po' acquatici, con quella strepitosa abilità di ripresa in spazi aperti (meno valorizzate le poche sequenze girate in interni). Dunkirk è un film che vistosamente non sa stare dentro i limiti del grande schermo. Trattiene in germe un potere affatto lucente, ma subdolo e scarnificante che il suo stesso creatore ha tradito per paura. Guardando la filmografia di Nolan capiamo bene che certamente una grande matassa hollywoodiana, una spaventosa zavorra è stata messa da parte questa volta. Ma prima di indicare questa nave che va a gonfie vele verso la gloria dopo aver tirato l'ancora, prima di gridare al capolavoro sarà meglio attendere che il dramma, quello nudo e crudo, venga partorito senza chirurgia, tra il sangue e il dolore autentico.

E' davvero un film che arriva dritto al cuore, ma dopo un po' si diventa sordi per i rumori affabulatori. (Cillian Murphy così mal utilizzato non si era mai visto!) 

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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