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#Blade Runner 2049. Dall'unicorno al cavallo: ritorno all'essenziale.

BLADE RUNNER 2049

regia: Denis Villeneuve
fotografia: Roger Deakins
sceneggiatura: Hampton Fancher, Michael Green
montaggio:  Joe Walker
musiche:  Hans Zimmer, Benjamin Wallfisch
cast: Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Jared Leto, Sylvia Hoeks, Robin Wright, Mackenzie Davis, Dave Bautista, Lennie James, Wood Harris, Edward James Olmos, Carla Juri, Barkhad Abdi, David Dastmalchian, Hiam Abbass, Mark Arnold
 
anno: 2017
nazione: USA
produzione:  Alcon Entertainment, Scott Free Productions, Thunderbird Films
distribuzione: Warner Bros. Italia
genere: thriller, fantascienza 
data uscita in Italia: 5 ottobre 2017
durata: 152 min
giudizio complessivo: 
impegno: 


Attesissimo, straparlato, super commentato. Blade Runner 2049 è al cinema dal 5 ottobre e già si sono delineate diverse fazioni. Proviamo qui a far sentire una voce, ancora una, tra le tante differenti.

Villeneuve è di ritorno da un viaggio spaziale, quello di Arrival, dove non ha fatto altro che orbitare come un satellite attorno alla terra, conversando con le sue buonissime idee, le idee di uno di quei registi che sta in modo innegabile dettando legge negli ultimi anni sulla direzione del cinema. Di ritorno vero, ma per certi versi non è mai partito, resta ancorato alle radici del terreno per paura di volare via, dove non c'è più senso, dove non c'è umanità.

Tornare sulla terra e trovare Blade Runner, il mondo del 2049 e i replicanti. Tutto ciò è per il regista canadese un “già da sempre”, qualcosa che ha continuità con la sua filmografia, con il passato, e che per assurdo prende distanze ormai incolmabili rispetto al lavoro di Scott.

Blade Runner 2049 è il sequel di qualcosa che sfuma, è un passo in avanti avendo perso ciò che c'è alle spalle. Se dopo questa pellicola proviamo a guardarci indietro, tutto si confonde, tutto cade nell'oblio, tutto si supera. Non c'è altro da fare se non capire cosa ci aspetta, perché quest'ultima opera di Villeneuve parla a più voci, che cantano all'unisono, di ricerca, in particolare di ricerca mossa nel futuro. Cambiano gli ambienti, cambia il rapporto con il paesaggio, ma soprattutto cambia la postura con cui ci si proietta verso il divenire.

Per condensare il primo Blade Runner, quello dell' 82 del grande Scott, in una sola immagine, brilla sotto il naso la figura dell'unicorno, simbolo di purezza ma soprattutto bandiera di astrazione e immaginazione. L'opera del 82 sorge nel momento in cui il mondo, e d'appresso il cinema, cavalcano l'onda della tecnologia più tangibile, quella del “possibile”, del progresso e del sogno, del perfezionamento, della conquista di tutto ciò che prima al massimo potevamo solo sognare, ciò che il cinema precedente aveva semplicemente abbozzato.

Villeneuve, figlio della posterità, non può che risentire dei sogni dei suoi predecessori, in particolare di Scott, sognatore di mondi che già trenta anni fa cominciavano sì a farsi brillanti, ma che contemporaneamente mostravano i primi segni di crisi, le falle nel sistema.

Sconcertante è dunque il fatto che Villeneuve abbia pensato una sostituzione che non va presa alla leggera, un dettaglio minimo che lascia, in questa sede, la possibilità di costruire un discorso meta cinematografico. L'unicorno mostrato come in un sogno tangibile da Scott, è sostituito con un cavallino di legno, legno duro, odoroso, scheggiato e intagliato, sporco e polveroso. Villeneuve guarda il passato e ri-cade nella sua contemporaneità, cercando, tra le righe, di lasciar trapelare un messaggio a cui va prestata la massima attenzione, ossia il dover tornare all'essenziale. Il tempo è maturo per la prosciugazione dei sogni e dei deliri. Scocca l'ora della decadenza in cui non si può più pensare all'unicorno, ma si può solo tornare al cavallo, sanguigno, ferito ma scalpitante. Le immagini di Villeneuve acquistano il sapore apocalittico, la secchezza dell'arido, il rosso desertico che spezza totalmente il grigiore piovoso degli ambienti che per Scott facevano da cornice in un contesto che tuttavia restava sempre indifferente a se stesso, un automa ambientale. Se in Blade Runner i soggetti vivono uno strettissimo tutt'uno con lo sfondo, in Blade Runner 2049 gli scenari respirano, arrancano e testimoniano la propria fine, quasi chiedendo aiuto a chi come K li sorvola, ma separandosi sempre da essi una volta per tutte, marcando un netto confine tra contenitore e contenuto. Questa volta non è la somma a prendere forma, ma la differenza.

Ancora più terrificante è l'indifferenza delle sagome sullo schermo, fatte a brandelli, lacerate e consumate dal tempo, in un totale disinteresse nei confronti dello spettatore. La poetica visiva riesumata sembra essere quella di Antonioni. Numerosissime sono le sequenze in cui i soggetti non possono far altro che dare le spalle ai nostri occhi, quasi preferendo la chiusura e la mancanza d'immedesimazione. Tutto prende vita quindi, ma in modo flebile e debole, non con vagiti natali dello sporco nascituro, ma con sussurri vecchi a cui va tesa una mano.

 

Insomma, il film di Villeneuve scava sotto cumuli di polvere e lastre di metallo accatastate in tutti questi anni dall'intera categoria del cinema fantascientifico, muovendo un passo contrario, di rottura. L'imperativo è quello di tornare al suolo, alla terra , alla povere. Villeneuve compie cinematograficamente una vera e propria trasvalutazione dei valori, per dirla nietzscheianamente, privilegiando i valori della terra ai sogni di conquista dell'uomo tecnico. Il ritorno alla terra, dopo anni di disinteresse, non può che essere infernale, dispotico e color rosso sangue. Se fino ad oggi il cinema si è divertito come un bambino con i giocattoli sempre nuovi, brillanti e fosforescenti, ora è giunto il tempo di tornare al legno e alla polvere, è tempo di maneggiare un cinema schietto, povero, che mette i suoi soggetti nel mezzo del deserto; un cinema in grado di masticare le domande a cui abbiamo concesso un ingiustificato riposo infertile e sterile.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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