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#Una donna fantastica: la recensione.

UNA MUJER FANTASTICA

regia: Sebastián Lelio
fotografia: Benjamín Echazarreta
sceneggiatura: Sebastián Lelio, Gonzalo Maza
montaggio: Soledad Salfate
musiche: Matthew Herbert
cast: Daniela Vega, Francisco Reyes, Luis Gnecco, Amparo Noguera, Aline Kuppenheim
 
anno: 2017
nazione: Cile, Germania, Spagna, USA
distribuzione: Lucky Red
produzione: Fabula, Komplizen Film, Setembro Cine
genere: drammatico
data uscita in Italia: 19 ottobre 2017
durata: 104 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Diretto da Sebastian Lelio e interpretato da Daniela Vega, arriva in Italia “Una donna fantastica”, film presentato a Berlino durante la sessantasettesima berlinale. Parliamo ancora di cinema queer, transessualità, incubi sociali ed esistenziali. Sarà nelle sale italiane il 19 ottobre.

Marina è una giovane cameriera trans che la sera si guadagna da vivere esibendosi come cantante di un piccolo locale dalla dubbia reputazione. Tuttavia, la sua esistenza si complica dopo la morte improvvisa del suo fidanzato, un uomo più grande di lei. L'evento la costringerà a una serie di ostilità da parte delle autorità e della famiglia del suo amato.

 

Già perdere la colonna portante della propria vita è traumatico. Quando poi, oltre all'amore perduto, si accodano le accuse di tentato omicidio, si ha a che fare con la polizia, pubblicamente non viene più accettato il tuo nome e cominciano a schedarti con i nomi della vecchia vita, quelli di quando si era ancora dell'altro sesso, tutto diventa un incubo. Accuse, minacce, aggressioni e strattoni sono solo una parte dell'inferno sociale di una “vedova” transessuale presa come bersaglio dalla vecchia famiglia del partner.

Avremmo voluto parlarne con lo stesso entusiasmo usato per 120 battiti al minuto, ma così non è stato. Il film di Sebastian Lelio scalpita, si irrigidisce, grida nell'incessante desiderio di raccontare il non raccontato, d'offrire il suo punto di vista sul piano sociale ed intimo circa l'esistenza tumultuosa e rocambolesca di una donna con la piaga d'essere nata in un corpo maschile. Ma se Campillo nelle sue storie ci sa sguazzare come in un lago frequentato durante l'infanzia, Lelio si perde in un bicchiere d'acqua, credendolo un oceano.

 

Bello l'incipit, bella l'idea, buona la tecnica. Ma quando ad un certo punto hai bisogno di fare richiami, di gettare spolverate di solfa già vista e sentita, evocare il trito e ritrito pur d'assicurare che il pubblico abbia capito la situazione, gli stati d'animo e le angosce, le idee non sono più le fondamenta di un progetto che si ergono dignitosamente verso l'alto e i riflettori vanno tutti a puntare sgorbi architettonici messi qui e la, come eco-mostri che sarebbe meglio abbattere. Tutto ciò non suona come un processo alla schiettezza e alla messa in mostra senza veli dei soggetti, ma una condanna alla furberia, alla non originalità. Se volete, un totale disprezzo per le vie semplici, quelle già battute, quelle dove già tutto è stato detto, visto e scoperto. Quelle che incuriosiscono solo i pigroni.

 

Se le banalità sparse qui e la lungo tutta la pellicola di Lelio sono già fastidiose alla vista, la violenza è la ghigliottina che cade inesorabile sulla testa dell'intero progetto che già per suo conto non sa fare pace con le numerose spade di Damocle che gravano sul collo. Scene di violenza gratuita, quasi mai giustificata, sempre sopra le righe. Eccessi ingiusti che a tratti vogliono andare a coprire i buchi che Lelio lascia qui e la. Un pigrone che fa rattoppi quindi, che pur di non cercare la l'armonia di una trama già per conto proprio complessa decide di inserire coltelli volanti, ma che viaggiano lenti, sono visibili e si lasciano scansare con troppa facilità. Quello che viene da pensare guardando la pellicola di Lelio è che tutto sia già stato visto e sentito per davvero lasciando per un attimo la sensazione di totale svilimento, uno svuotamento del cinema che si vede derubato della possibilità di rinnovarsi e presentare sempre contenuti originali e combinazioni complesse. Ma no, non può essere per fortuna. Questa volta è solo Sebastian Lelio a non essersi sforzato.

Nota di merito all'attrice transessuale Daniela Vega, unica stella in una galassia si super nane spente, che non provano neanche a mettersi in moto.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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