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#My Name Is Emily: la noiosa recensione di un film noioso.

MY NAME IS EMILY

 
regia: Simon Fitzmaurice
fotografia: Seamus Deasy
sceneggiatura: Simon Fitzmaurice
montaggio: Emer Reynolds
musiche: Stephen McKeon
cast: Evanna Lynch, George Webster, Michael Smiley, Martin McCann, Deirdre Mullins, Cathy Belton, Barry McGovern
 
anno: 2015
nazione: Irlanda
produzione: Newgrange Pictures, Kennedy Films, Irish Film Board
distribuzione: CineMAF, Tycoon Distribution
genere: drammatico
data uscita in Italia: 1 novembre 2017
durata: 94 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Esce nelle sale italiane l'1 novembre, si chiama My name is Emily ed è un on the road irlandese noioso e insipido.

L'avventura di Emily, scostante e riservata ragazza irlandese, comincia il giorno del suo sedicesimo compleanno, quando dopo non aver ricevuto l'annuale biglietto d'auguri da parte del genitore, un sospetto si fa largo tra i molti dubbi che già la attanagliano. Nonostante il complicato rapporto con la famiglia adottiva e i problemi di integrazione nella nuova scuola, Emily convince l'amico Arden ,un compagno incuriosito dai suoi misteriosi modi di fare, ad accompagnarla nell'impresa di ritrovare suo padre seguito in un manicomio.

 

Mi sono guardato spesso attorno. Ho cominciato a giocherellare con un filo di cotone che spuntava dal maglioncino rosso, forse un po' vecchiotto, con il suo tempo alle spalle. Ho pensato che è proprio arrivato il momento di comprarne uno nuovo. Poi ho cercato di ricordare dove e quando avessi comprato il maglioncino. Successivamente la mano ha meccanicamente ricordato il telefono nella tasca, silenziato e con la luminosità al minimo. Magari qualche notifica, qualche messaggio o qualche mail importante. Nulla, allora sono tornato con gli occhi sullo schermo, non prima di sbadigliare, ricordandomi all'improvviso d'essere nel pieno della proiezione di un film dal titolo Il mio nome è Emily, pensando come poche volte nella vita che probabilmente sarebbe stato meglio fare altro in quell'ora e mezza circa.

Penso più volte che Emily è Luna. Stralunata, proprio come Luna della saga di Harry Potter, Evanna Lynch è ancora invischiata nei ruoli che il mondo del cinema le ha affibbiato, un vestito di cui farebbe meglio a liberarsi il prima possibile. Il rischio è quello d'essere chiamata “ quell'attrice lì che fa sempre l'introversa e solitaria, ma si, quella che non parla con nessuno e dice solo cose strane, ti guarda con gli occhi sbarrati e non lascia trapelare alcuna emozione. Dai su, quella che ha fatto Harry Potter”. E se il problema del film fosse la poca originalità del personaggio protagonista forse non sarebbe neanche così male.

 

Il mio nome è Emily non parte mai. Noioso come pochi film, un salto nel vuoto, una poesia del niente. Forse avvicinarsi a temi trattati più e più volte come l'abbandono, la malattia, l'amore e la continua ricerca del proprio posto nel mondo avrebbero meritato un tantino in più d'attenzione. Quello del regista, disgraziatamente paralizzato e costretto a comunicare con il cast con sofisticati dispositivi, è un vero e proprio buco nell'acqua. Banale la sceneggiatura, svuotate d'ogni tipo di senso estetico le sequenze e più in generale una regia asciutta e ridotta all'osso. In se e per sé asciugare la regia per mettere in luce l'essenziale non è mai un errore, e questo sarà stato ribadito a iosa da anni. Ma se togli i veli devi avere qualcosa da mostrare, qualcosa che giace sotto e preme con le unghie sugli strati sovrastanti. E invece lo spazio vuoto lasciato da Il mio nome è Emily è un abisso incolmabile, l'insalvabile e a tratti l'intollerabile. Intollerabile è seguire un mezzo on the road che non sa stupire e incantare praticamente mai, che giace sui tempi morti abbandonandosi ad essi come se non si potesse fare nulla di diverso. Intollerabile è la ribellione giovanile dalle forme di un agnello pasquale quando è già sulla brace. Intollerabile è il fatto che quello dei due giovani è probabilmente il viaggio più noioso visto nella storia del cinema. Il progressivo sbocciare dei sentimenti tra i due fuggitivi non è aiutato dalla sceneggiatura che mette in scena due marionette che non hanno ben capito cosa fare durante le riprese. Poco convincente anche ciò che mette in moto la pellicola, ossia la ricerca del padre trattenuto di propria volontà in manicomio. Non c'è mai anima, non c'è mai cuore. Stranamente non c'è neanche la controparte, ossia le cervellotiche idee di chi non sente niente e vuole dire tutto.

 

Ci piacerebbe parlare di qualcosa di positivo. Ci piacerebbe, più in generale, parlare. Il dramma di film come questi è la loro capacità sconvolgente di lasciare senza parole, non per lo stupore, ma per il riuscire a divorare tutto e prosciugare perfino la voglia di parlare di cinema. Non resta che pensare al colore del nuovo maglioncino da comprare.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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