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#Il libro di Henry: la recensione

THE BOOK OF HENRY

regia: Colin Trevorrow
fotografia: John Schwartzman
sceneggiatura: Gregg Hurwitz
montaggio: Kevin Stitt
musiche: Michael Giacchino
cast:  Jacob Tremblay, Naomi Watts, Lee Pace, Sarah Silverman, Tonya Pinkins, Dean Norris, Jaeden Lieberher, Bobby Moynihan
 
anno: 2017
nazione: Stati Uniti
produzione:  Double Nickel Entertainment, Sidney Kimmel Entertainment
distribuzione: Universal Pictures
genere: drammatico
data uscita in Italia: 23 novembre 2017
durata:  105 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Il 23 novembre al cinema arriva Il libro di Henry, scritto da Gregg Hurwitz e diretto da Colin Trevorrow.

Susan è una madre single che lavora in una tavola calda come cameriera. Ha due figli, il più piccolo è Peter, il più grande è Henry, un ragazzino sveglio che si prende cura del fratello minore. Vicino a loro vive la famiglia di Christina, una compagna di scuola di Henry che nasconde un segreto. Sarà proprio la perspicacia di Henry a fargli escogitare un piano per aiutarla. Le cose si complicano quando sta prendendo forma questo piano, coinvolgendo e facendo ritrovare al centro di esso sua madre Susan.

 


 

Ancora un bambino prodigio, e non solo questa volta. Qui c'è anche una mamma che non sa bene come fare la mamma, un fratello minore che vive all'ombra dell'altro, quello che vince i premi come miglior baby ingegnere. Poi, a colmare il quadro scritto da Hurwitz, una sotto trama di violenza su minore, abusi di potere e corruzione. Insomma, rispetto al freschissimo Gifted, Il libro di Henry sembra dare qualcosa in più. Ma sia chiaro, tutto ciò che di buono propone al grande pubblico richiede un minimo di ricerca, un paio di bracciate in una pozza poco limpida per cercare la corrente pulita.

Lo sporco qui si chiama clichè, del peggiore tipo possibile, ricercato per dare volume straziante allo strazio, per scandire ciò che è scandito. Una sorta di mania per cui ciò che già può bastare, ciò che è chiaro a prima vista, è ripetuto, detto troppo, con un uragano di frasi prese dai cioccolatini. Il culmine sarà : “Sei la parte migliore di me”.

Aforistica a parte, Il libro di Henry si difende discretamente. Inscena una storia di violenza, qualche volta perdendosi in una mezza estetica del martirio da cui andavano prese le distanze con maggiore attenzione. Poi la critica al lobbismo da villaggio, quello in cui lo sceriffo di turno ha amici in ogni settore e non è possibile toccarlo senza finire nei guai. L'appunto, il mezzo abbozzo, su ciò che diviene una madre quando perde il proprio figlio, quando deve rialzarsi mentre l'altro, il minore, sta pensando che il male del fratello avrebbe dovuto subirlo lui, perché l'altro era un genio e lui una nullità. Il punto di sfogo sarà un segreto libro rosso pieno di appunti, lasciato in eredità dal giovane Henry a sua madre, che cela un segreto e arguto piano per salvare la sua coetanea vicina dal tormento.

L'aspetto meritevole d'attenzione, e a questo punto viene da dire che sia l'unico vero motivo per cui questo film ha ragion d'essere e merita per lo meno un tentativo, è la semplicità e naturalezza con cui la sceneggiatura è stata in grado di cambiare registro, passando dall'essere un mediocre film drammatico ad un mediocre thriller. Mediocre lo è sempre, ma non è da sottovalutare lo scambio ritmico, il perdere un tempo di battuta per assumerne un altro. Questo è riuscito bene, senza peccati, facendo orbitare tutto in un punto comune pregno d'un sapore agrodolce. Bravo Hurwitz dunque, ma bravo anche il regista ad adattare i suoi obiettivi in modo dinamico, facilitando il cambio di marcia.

Poi che dire? Aumentano le rughe sul viso di Naomi Watts, aumenta la visibilità del giovane Jaeden Lieberher , ma ad aumentare è il talento del piccolissimo Jacob Tremblay , già lodato qui per The Room e Somnia, che continua a marciare sulla strada delle baby star hollywoodiane proiettandosi in un futuro luminoso, decisamente ricco di lavoro.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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