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#Loveless: amore, odio e assenza in chiave russa

LOVELESS

regia: Andrey Zvyagintsev
fotografia: Mikhail Krichman
sceneggiatura: Oleg Negin
montaggio: Anna Mass
musiche:  Evgueni Galperine, Sacha Galperine
cast: Maryana Spivak, Alexei Rozin, Matvey Novirok
 
anno: 2017
nazione: Russia
produzione: Arte France Cinéma, Fetisoff Illusion, Les Films du Fleuve
distribuzione: Academy Two
genere: Drammatico
data uscita in Italia: 6 dicembre 2017
durata:  128 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

 

Vincitore del Premio della giuria a Cannes, “Loveless” del regista russo Andrey Zvyagintsev sarà in sala dal 6 dicembre, distribuito da Academy Two.

Loveless è un grande e unico raccordo che collega principio e fine con la medesima immagine. Inquadrature statiche, ferme come gli alberi e i laghi tenuti in scacco dal gelo della neve, che mostrano lo stato pre-narrativo e post-narrativo della pellicola. Ciò che c'è all'interno, ciò che per le lunghissime due ore ci viene messo di fronte è proprio ciò che compie il cerchio e che chiude l'algida e glaciale narrazione di Loveless. Dalla natura fino alla natura stessa, passando attraverso personaggi scarnificati dalla loro stessa condotta.

 Il titolo poi è già un grande errore o forse un tranello per tirare in inganno e depistare. Sviante è parlare di un film chiamato “senza amore” quando l'amore occupa ogni angolo dell'inquadratura, sgorga sempre progressivo e dinamico. Il problema, stando a ciò che ci dice Zvyagintsev, è che l'amore è sempre altrove, in moto perpetuo, inafferrabile e insondabile, lontano da quella che dovrebbe essere la sua culla, ossia la famiglia.

Zvyagintsev muove fantasmagoricamente la macchina da presa in ambienti chiusi e spazi aperti, seguendo le vite di due innamorati, di nuovo, non dei rispettivi partner ma di qualcun altro. A pagare il conto è però il piccolo Alyosha, nascosto dietro le porte con le mani strette a tappare la sua stessa bocca per non far sentire il suo piagnucolare mentre origlia i genitori litigare. E i due coniugi non nascondono neanche per un minuto il loro problema, il medesimo per entrambi: Alyosha stesso. Il piccolo e fragile adolescente non rientra nei nuovi piani di vita di nessuno dei due. Un figlio nato da un errore del passato che ora angoscia il futuro di due persone proiettate in altre vite, legittimamente.

Alyosha assume così lo stesso ruolo e funzione della casa in cui la famiglia non più felice sopravvive, che costringe con la forza al contatto reciproco e incrina giorno dopo giorno le sottili relazioni famigliari. Cercare un acquirente per l'appartamento è subito il secondo problema allora, facendolo con gli occhi di chi assieme alle chiavi di casa vorrebbe lasciare ai nuovi padroni anche il “marmocchio”.

Ma mentre madre e padre si dedicano l'uno al benessere della nuova donna incinta, e l'altra al soddisfare i vuoti di un uomo in pensiero per sua figlia all'estero, il piccolo Alyosha fugge senza lasciare tracce, dando inizio ad una caccia all'uomo forsennata e disperata.

Zvyagintsev decide di puntare tutto sull'estremizzazione del momento di ricerca, lasciando a quest'ultimo un'ora intera della sua pellicola. Stanca e neanche poco seguire le squadre di soccorso che come segugi invadono boschi, strade e condomini , basandosi sulle poche informazioni messe a disposizione dai genitori, due estranei che sembrano non aver mai capito d'avere un figlio.

Una scelta pericolosa che sa dare man forte ai profondi movimenti animosi dei due genitori ora scissi in una doppia vita. Da una parte la loro quasi vita felice in attesa della loro partecipazione messa in sospeso. Dall'altra un matrimonio finito che si aggancia disperatamente alla possibilità di ritrovare Alyosha, mettendo in stand by tutto il resto.

Ma se già lo scenario dipinto con la solita regia asciutta e silenziosa , che taglia sul montaggio proprio quando necessario per ridurre il movimento e rendersi quasi totalmente assente, sa mostrare la disperata situazione di un filo d'erba tra due fuochi, la quasi conclusione e le omissioni di Zvyagintsev lasciano semi aperto l'armadio degli scheletri, quello che un po' in tutti i precedenti film dell'autore russo, come in Elena e Il ritorno, era già stato aperto come un vaso di pandora, con stile de-esteticizzante e nucleare.

Proiettati nella loro nuova vita, i due genitori con il viso imbronciato, per nulla felici, sembrano tacitamente accusare ancora una volta loro figlio, additando la sua assenza ancora carica di qualità esistentive. Uno scomparso che appare per la prima volta mediante il suo stesso celarsi. Presenza che si rende tale solo in virtù dell'assenza fisica. L'anima di Alyosha è messa sotto accusa per aver egoisticamente bloccato la rinascita di una nuova felicità, rendendosi un monolite onnipresente nei pensieri dei due.

Loveless, che trae nettamente ispirazione da Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman, trova solo all'ultimo giro di boa un accordo con il suo titolo, dopo un percorso estremo in cui personaggi e paesaggi odorano di presenza vera e si perdono in un oblio in cui l'amore ha lasciato il posto a compromessi. Un vero labirinto in cui l'amore fugge per vie preferenziali, sgattaiolando oltre la vista, addossando la colpa a chi resta indietro, smarrito e zoppicante, in un martirio infernale per cui non esiste alcuna assoluzione.

Zvyagintsev, spingendosi oltre tutto ciò che ci aveva mostrato in passato, si pone su una vetta raggiungibile a stento, che stanca, lascia con il fiatone e non consente di mettere bene a fuoco qualcosa di denso, materiale e duro. Loveless è un film che richiede fatica, che richiede allo spettatore una postura fruitiva per cui più che guardare e seguire si subisce e si soffre.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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