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#Chiamami col tuo nome: statue troppo statue

CALL ME BY YOUR NAME 

regia: Luca Guadagnino
fotografia: Sayombhu Mukdeeprom
sceneggiatura: Luca Guadagnino, James Ivory
montaggio: Walter Fasano
cast:  Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel, Victoire Du Bois
 
anno: 2017
nazione: Italia, Francia, Brasile, Stati Uniti
produzione: Frenesy Film, La Cinéfacture, RT Features, Water's End Productions
distribuzione: Warner Bros
genere: drammatico
data uscita in Italia: 25 gennaio 2018
durata: 130 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

La recensione del film ormai già culto per la critica mondiale, Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino. Una raffinata e “greca” storia d'amore omosessuale impossibile tratta dal romanzo di André Aciman. Al cinema dal 25 gennaio.

Nel 1983 una calda estate segna per sempre la vita del diciassettenne Elio, un musicista più colto e sensibile dei suoi coetanei, che ogni estate trascorre le vacanze nella villa di famiglia. Il padre, un professore universitario, come ogni anno ospita uno studente straniero per lavorare alla sua tesi di post dottorato. L'arrivo di Oliver, ventiquattrenne statunitense, per la sua bellezza e i modi disinvolti, sconvolge la vita di Elio, che se ne innamora immediatamente. Tra lunghe passeggiate, nuotate e discussioni, tra i due giovani nasce un desiderio travolgente e irrefrenabile.

A fare da ponte tra l'Italia e il mondo intero, cinematograficamente parlando, oggi c'è Luca Guadagnino. Più che Guadagnino in sé e per sé, Chiamami col tuo nome, la pellicola che ha sfilato su numerosi palchi festivalieri, intascando il consenso unanime e strappando, oltre ai premi, elogi il più delle volte frutto di una nevrosi massiccia collettiva che trova terra fertile sui social network.

Qui non si sta neanche andando a parare sul discorso per cui, se qualcuno fa un film su un tema sensibile, quel qualcuno ha già fatto un capolavoro. Purtroppo o per fortuna non è così, perché il 2017 ha partorito 120 battiti al minuto, film che come nel caso di Guadagnino va ripercorrendo la vita dell'autore Robin Campillo a ritroso nel tempo, fermandosi ai novanta neri e cupi dell'AIDS. No, Campillo non farà eco. Guadagnino sì.

Sono passati i tempi acerbi di Melissa P., è passata la bufera di Guadagnino che con A Bigger Splash ha compreso il potere dell'unanimità della critica. Allora Call me by your name è un film che appare come incriticabile, perfetto nella forma, pura gioia dei sensi da far impallidire uno come Xavier Dolan, che di sensualità al cinema ne mostra sempre parecchia.

Entrare in Call me by your name è come passeggiare in un museo dell'antichità con la possibilità di sbirciare corpi statuari e marmorei, dinamici e possenti, decadenti ma floreali, venuti fuori con prepotenza dallo specchio d'acqua di Narciso. Fantasmi affascinanti impossibili da tenere fermi.

Una parola va spesa sul museo, ossia la location scelta da Guadagnino per la sua storia d'amore omosessuale, criticata da qualche voce fuori dal coro per presunta pedofilia giustificata.

Lussuose ville ad ergersi sul lago di Garda, cene su terrazzini e giardini che incrociano menti e corpi, ma soprattutto menti, che conversano tra loro su temi elevati, più per dare testimonianza di se stessi che per reale interazione, come nel più critico cinema austriaco borghese. Si utilizzano cinque lingue in base all'argomento, si suona musica classica reinterpretata. Poi, più umanamente, giri in bici ed uscite al baretto di paese, tra balli e scappatelle nel bosco, lì dove finalmente entra in scena il corpo.

 

I corpi dunque, veri protagonisti del girato di Guadagnino, si fanno centro gravitazionale e luoghi di scambio, oggetti sensibili di scoperta emozionale. Le dinamiche alla base dell'incrocio di corpi che per senso comune (età e sesso, considerando che siamo negli anni ottanta) non dovrebbero essere così vicini, sono poi le stesse di Pasolini in quel Teorema nudo e crudo, che porta il male in casa per mezzo di un estraneo, adone accattivante e piacente, da cui Chiamai col tuo nome vole separarsi per mezzo di una variante essenziale: l'amore puro e tenero, che eccede contro il rimorso e si proietta nel futuro rivestito di nostalgia.

Questo perché, come per tante storie d'amore al cinema, la maggior parte, quella tra Elio e l'americano Oliver è una storia impossibile. Un ricercatore universitario ed un adolescente alla scoperta della propria intimità, che si fa padrone dello schermo quando simula un amplesso con una pesca. Chiamami col tuo nome non ha mai timore d'esagerare e lo fa sempre, di continuo, ponendosi nel mezzo del complesso compito di trovare il tenero nel duro, l'amore nel piacere sfrenato, compito risolto al meglio, almeno secondo chi qui scrive, da quel Gaspar Noé di Love.

Contesto che da eco alla storia d'amore, per cui le attività archeologiche del signor Perlman, ossia il riportare alla luce tesori di bronzo di epoche antiche dal fondo del mare è tutto ciò che dona una direzione ai due corpi che intanto, nascosti in casa e sotto le fronde di boschi isolati, consumano carnalmente un amore proibito, riportando la dimensione patica a galla per mezzo di una riesumazione corporea, dalla vita alla vita stessa, oltre la superficie occultante del “non si dovrebbe”. Oltre il freno, amore libero e invasato. Baccanti che si vestono di maschiezza. Come nella tragedia greca però non manca lo sfortunato e malcapitato travestito da leone che viene fatto a pezzi: la mediazione spettatoriale e critica.

 

Nota bene, il problema non è Guadagnino, ma il costrutto spalmato grasso attorno la sua opera da parte di chi guarda. Entrare nel museo che è Call me by yuour name per ammirare statue pallide di conquistatori greci, dediti all'amore è già qualcosa per cui dovremmo ringraziare Guadagnino. Il problema sta nel accettare tutto come destinazione finale, passeggiare nel museo come luogo di culto, da fedeli e non, per l'appunto, da spettatori. Il rischio è quello di toccare con troppa sufficienza l'operato di Guadagnino finendo nell'adulazione di sagome che sono solo sagome. Manichini che crollano e si sgretolano se vai a toccare con mano. Call me by your name è un film complesso che vuole ricongiungersi alla vita stessa, reale e vissuta, e che per farlo tuttavia compie una curvatura non indifferente, uno slancio cinematografico che per dare ragione ad una regia mozzafiato, priva di primi piani pieni e ricca di affreschi angolati rispetto alle calde luci estive, dimentica di spalmarsi sul vero, caratterizza finzioni e si fa più sogno onanistico che asintoto reale. Riprendendo il mito, Guadagnino dimentica di far rientrare i suoi narcisi intenti a specchiarsi l'uno nell'altro, anche per mezzo del nome, nello specchio d'acqua abissale ed eterno, lasciandoli appassire nell'aria striminzita su una seccagna auto-concepita, sotto gli sguardi persi di osservatori ingenui ed estasiati che vedono cuori, di pietra, e odono persino un palpitare. Se di cuore vogliamo parlare, sanguigno e caldo, solo nella sequenza finale abbiamo d'avanti un autore, più che un regista.

Eccellente la prova di guadagnino ma lontana anni luce dall'essere un capolavoro. Preoccupante il dato per cui, ad oggi, ci si faccia bastare Call me by your name come “esempio” e “modello” di un cinema che sa resistere ai tempi duri.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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