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#The post: il fatto e l'evento

THE POST

regia: Steven Spielberg 
fotografia: Janusz Kaminski
sceneggiatura: Josh Singer, Liz Hannah
montaggio: Michael Kahn
musiche: John Williams
cast: Tom Hanks, Meryl Streep, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford, Bruce Greenwood, Matthew Rhys, Alison Brie, Carrie Coon, David Cross, Jesse Plemons, Michael Stuhlbarg, Zach Woods
 
anno: 2017
nazione: Stati Uniti
produzione: Amblin Entertainment, DreamWorks, Pascal Pictures
distribuzione: 01 Distribution
genere:  Drammatico, Thriller
data uscita in Italia: 1 febbraio 2018
durata: 118 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

La quasi-recensione per il film di Steven Spielberg, The Post, in uscita oggi 1 febbraio al cinema. Una breve analisi senza fiocchi sulla mutazione formale della notizia in un'epoca mediatica particolare per il cinema.

Glorioso per la carta stampata fu il periodo in cui la storia la facevano i giornali. Storia scritta, impacchettata e poi spedita al cittadino quando questo ancora dormiva profondamente (diamo parte del merito ai corrieri dunque). Ma soprattutto la storia, e dunque la notizia, andava scovata. E allora la figura del reporter si sovrapponeva a quella dell'agente segreto, la spia infiltrata con giacca e cappello che celava l'identità e metteva a repentaglio la propria posizione.

The Post rievoca proprio questa dimensione. Come avveniva in “Tutti gli uomini del presidente” o nel più recente “Spotlight”, i riflettori sono tutti puntati sulla libertà di stampa, una breve nozione che fa da etichetta ad uno dei grandi premi vinti dall'occidente libero dalle “oppressioni”.

Sui piatti della bilancia del film di Spielberg ci sono i segreti governativi sulle questioni vietnamite e la strada imprenditoriale di una donna ,Kay Graham lasciata tra due fuochi , ossia tra la sopracitata libertà e il futuro dell'azienda di famiglia, il The Washington Post. A sorreggere la bilancia è la corte degli stati uniti che porta sotto processo chiunque pubblichi documenti top secret. In questo quelli di The Post si lasciano anticipare dai pezzi grossi del Times. Poi la retorica, i principi morali e gli scrupoli fanno da cornice al percorso di Kay Graham, incatenata dai soldi delle banche pronti ad entrare nelle casse del suo giornale a rischio chiusura e conseguente incarcerazione per oltraggio alla corte. Ottimo il cast eccetera, eccetera, eccetera.

No, forse The Post è meglio guardarlo da un'altra prospettiva. Questa strada alternativa non è neanche tanto quella di critica nei confronti di “un certo presidente” che per riflesso potrebbe sentirsi tirato in causa indirettamente dalla pellicola di Spielberg. Un film storico come The Post può consentirci una certa rilettura contemporanea. Può venire in contro ad una certa tradizione nostra e moderna che per difetto è in grado di raccontarci qualche differenza.

La differenza sta tutta nel fatto che se durante gli anni delle vicende di The Post si dava peso al “fatto”, oggi la prima pagina in copertina è affidata all'”evento”.

Spogliando questi termini da ogni sorta di tradizione filosofica, ma ri-significando il loro perimetro semantico, con evento qui si parla di scandalo, armatura della notizia, richiamo da piazza.

Questa è la forma con cui nel vasto mare nero chiamato web, in particolar modo nella regione del social network, le notizie evento si fanno più promesse d'infarcitura ideologica che portatrici di informazioni.

 

Come nella prima ora del film in questione, il grande scoop non ha al proprio centro gravitazionale il desiderio di riportare la verità al lettore, e neanche quello di farsi portabandiera di una ideologia libera dal male della censura. A fondamento c'è lo scandalo, il pallore da dover arrecare sul viso dell'assonnato dipendente sui mezzi che lo porteranno a lavoro.

Ma se in The Post i “fatti” si fanno imperiosi (solo in un secondo momento) e trionfano sull'evento, consegnando nelle menti e nei cuori degli addetti ai lavori il dovere di farsi prestanome di una certa causa, per noi non è più così, almeno nella maggioranza dei casi.

Perfino siamo in grado di far muovere l'ingranaggio esattamente al contrario, partendo dal fatto per poi diluirlo e distruggerlo nell'evento promosso in rete. Questo è il meccanismo alla base di un certo orientamento rosa degli ultimi mesi, una sorta di totalitarismo in “gonnella” partito con i propri diritti e in caduta libera, prossimo al collasso. Una molecola maligna, cancerogena per il cinema stesso. Il caso è quello di Time's Up, una voce di giustizia in partenza totalmente giustificato, ma che ad oggi suona fuori tempo, un orologio in corsa cieca. Un castello di sabbia indurita oggi potente, così potente da essere in grado di gettare nella spazzatura un film “non più in uscita” di un colosso del cinema come Woody Allen. Peggio di questo è il fatto che tutto viene portato “alla luce del sole” , e questo ci va pure bene. Ma capiamo: quale luce? Quale sole?

Perché se stiamo parlando di una realtà-altra quale quella informatica, dove chiunque può puntare il dito e citare la propria arringa (come si sta facendo in questo momento), possiamo anche restare nell'ombra e forse ci conviene. Non un'ombra vittimistica e silenziosa, non quella in cui chi subisce molestie deve continuare a subire senza poter fare niente. L'ombra fatta di “fatti”, “giudici”, “prove” e “tribunali”. Allora parliamo di un'ombra luminosa , perché sono i fatti quelli che contano. Gli eventi passano, ma la rovina di una carriera resta. Certo, Time's Up è in prima battuta un movimento di raccolta fonda per le cause legali da sostenere in tribunale contro le molestie nel settore dello spettacolo. Dunque dove sarebbe il discrimine? Il discrimine è l'etichetta, quella che ti tatuano sul braccio e poi non va via più. Il discrimine sta tutto nell'opinione pubblica, perché un giudice potrà anche aver assolto il signor Allen da tutte le accuse, tuttavia chi nel cinema fa girare “la grana” non legherà più il proprio nome con chi è stato macchiato. La solita ed inevitabile consequenzialità di causa ed effetto. Ma la causa non viene più problematizzata. Gli effetti invece sono cibo scandaloso per bulimici, demagoghi da tastiera e ideologi, o meglio, influencer, categoria che un tempo era in grado di farci ridere e oggi fa davvero paura.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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