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#Il filo nascosto: Anderson, un atelier e il cinema essenziale

PHANTOM THREAD

 
regia: Paul Thomas Anderson 
fotografia: Paul Thomas Anderson
sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
montaggio: Dylan Tichenor
musiche: Jonny Greenwood
cast: Daniel Day-Lewis, Lesley Manville, Vicky Krieps, Camilla Rutherford, Bern Collaço, Richard Graham, Jane Perry, Ingrid Sophie Schram, Sarah Lamesch, Pip Phillips, Kelly Schembri
 
anno: 2017
nazione: Stati Uniti
produzione: Annapurna Pictures, Focus Features, Ghoulardi Film Company
distribuzione: Universal Pictures
genere: drammatico, biografico
data uscita in Italia: 22 febbraio 2018
durata: 130 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Paul Thomas Anderson e l'ultima apparizione cinematografica di sir Daniel Day-Lewis. Una combinazione stellare che ingrana e dà luce ad una perla, l'approdo al cinema più essenziale di Anderson. Dal 22 febbraio “Il filo nascosto” nelle sale italiane.

Paul Thomas Anderson proprio non lo tieni fermo. Tutt'altro che monolitica, la filmografia di quello che oggi è tra i più grandi registi statunitensi è un vero camaleonte, o forse più un serpente che fa la muta.

Dopo quella che possiamo definire la “ trilogia americana” che indaga attraverso Il petroliere, The Master e Vizio di Forma sui caratteri esistenziali degli stati uniti, dal capitalismo alle crisi sociali e psicologiche post belliche, dopo un laborioso discorso sui rapporti di potere e sopraffazione mai slegati dall'amore, il signor Anderson sposta lo sguardo sull'atelier di un famigerato stilista degli anni 50, Reynolds Woodcock.

 

Woodcock è un re senza regine, circondato da sole ancelle. Confeziona abiti per l'alta società inglese evitando di mettere piede ad ognuno dei singoli ricevimenti cui puntualmente è invitato. Abitudinario fino al maniacale, non tollera il rumore a colazione, non condivide la sua stanza con nessuna delle tante donne da lui invitate a recitare la parte della fidanzata che prima o poi “deve” andare via. Un genio del disegno e dell'eleganza, un esteta visionario assillato dal fantasma di sua madre, abito prezioso e animoso che nell'esistenza di Reynolds fa da modello irraggiungibile con cui confrontare ogni pelle da indossare. Sì, perché per il signor Woodcock “l'altra”, la controparte, è ancora un abito da immaginare e rifinire, consumare e digerire fino alla totale assuefazione. La magia in un abito sta nella sua non totalità, nella non piena conoscenza, nella sfumatura diversificante che solo l'immaginazione, prima, e la rifinitura poi sanno garantire all'artista. Insomma, bello tutto solo finché lo si sta facendo. Woodcock contempla lo stato di conformazione delle sue opere, ripudiando il finito che riposa sul corpo di clienti paganti, e per certi versi sempre indegne.

Reynold completa le sue opere intessendo e incastrando tra le pieghe dei suoi abiti pensieri su pezzetti di carta, ricucendo tutto con quel filo nascosto che grida l'eternità, che sfida il tempo mortale e richiede una qualche forma di perennità ideale contro la finitudine della prassi mondana in cui le opere dello stesso artista sono costrette.

Ma l'arrivo di Alma nella vita di Reynolds è a tutti gli effetti quel filo tirato troppo che finisce per disintegrare l'abito. Il difetto di fabbrica che porta il discontinuo, la novità, la cura e il veleno, la crisi nella forma pura, termine neutro che sancisce la frazione di due momenti.

Trovata in un ristorante di campagna qualsiasi, Alma è modello ideale per le prove dei costumi di Reynolds. Idealità macchiata pur sempre d'imperfezione. Ogni slancio verso l'altro, l'assistente di Woodcock lo sa bene, è destinato al ripiombare nello stato fisico, quello delle idiosincrasie, dei difetti minimi che giganteggiano nel quotidiano, come il rumore del burro sulle fette di pane tostato o le cene a sorpresa che mandano in tilt i programmi giornalieri dell'irascibile signore del palazzo.

Dunque, con una sorta di rimando a quanto visto in The Master, nel campo di gioco dell'amore, mai escluso da Reynolds ma semplicemente consumato prima del tempo poiché considerato un uno-tutto metafisico, entrano in gioco i rapporti di potere e le strategie. Impossibilitato nel compiere “l'unica scelta” poiché sotto potere dell'ombra titanica di sua madre, Alma è lo scarto tra vita estetica e vita etica così come quel gran signore di nome Soren Kierkegaard ce le ha tramandate.

Contro chi ha definito l'amore come qualcosa di semplice, Il filo nascosto impone come cura e protrazione dell'amore stesso, il potere, il fare attivo e interessato che per la sola ragione d'esistere è costretto alla svendita della naturalità. Nel binomio Reynold-Alma saranno necessari atti e condotte estreme, pericolose ma imbevute d'amore fervente, amore posseduto in quantità esorbitanti che per non disintegrare la “vittima”, l'ospite, deve trovare un punto d'esplosione strategico.

Il più grande nemico dell'uomo che vuole amare è ancora l'amore, ma rivolto a sé stessi e al riflesso di qualcosa d'altro troppo distante da raggiungere, come una madre defunta. Paul Thomas Anderson riesuma una componente secondaria ma ancora fondamentale di uno dei pilastri del cinema del passato, Andrej Tarkovskij. Così come il regista russo, nel film Lo Specchio, finiva per sovrapporre le immagini della madre e dell'amata, Anderson propone il riavvicinamento e la convergenza di due figure lontane nel tempo che devono coesistere in una sola sagoma, il contorno di un' ombra che per mezzo delle “cure” di Alma deve farsi luminosa e possedere un sapore nuovo in grado di strappare via il vizio della pragmatica abitudine quotidiana di stampo individualistico e solitario per la creazione di un percorso condiviso.

Il filo nascosto non può raccontare altro allora che l'amore aggressivo, che distrugge sì, ma ricompone i pezzi poi in una guisa nuova, ciclicamente. Allora il filo nascosto è la particolarità, il difetto, il dinamismo insperato ma necessario, il mezzo tra la vita morta e la morte viva. Alla domanda: quanti fili servono ad unire due corpi? Anderson risponderebbe: uno solo, purché sia incompreso e non visto. Nel dirlo l'autore sente di dover dimenticare alle sue spalle il brio, il luccichio registico prima e di scrittura poi, più fascinoso e baldanzoso. Il filo nascosto segna anzitutto la svolta cinematografica rivolta all'essenziale, al puro e semplice, forse frutto di una lunga ricerca stilistica ma soprattutto di pensiero che culmina teleologicamente in una forma grezza, sporca e opaca, che racchiude il nocciolo stesso della vita, o meglio, di quel “quasi vita” che fonda la pratica cinematografica.

Forse per un progetto come Il filo Nascosto una stella come Day-Lewis era necessaria. Parliamo ancora e pur sempre di quel personaggio che si ritirò in toscana per un anno, vivendo come una persona comune e lavorando in una bottega come calzolaio, non lasciando a nessuno dei suoi “colleghi” la possibilità di distrarlo dal suo impiego. Viene da chiedersi quanto di Woodcock sia già in cova nello spirito dell'artista in questione. Certamente tanto del lavoro di Day-Lewis resterà ai postumi, e questo tanto basta. Si spera comunque in un commiato glorioso sul palco degli Oscar, quello stesso palco su cui già tre volte è stato incoronato.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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