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#Il prigioniero coreano. Il passo falso di Kim Ki-duk

THE NET

regia: Kim Ki-duk
sceneggiatura:  Kim Ki-duk
montaggio:  Min-sun Park
cast: Ryoo Seung-Bum, Lee Won-geun, Kim Young-min, Guyhwa Choi
 
anno: 2016
nazione: Corea del Sud
produzione: Kim Ki-Duk Film
distribuzione: Tucker Film
genere: drammatico
data uscita in Italia: 12 aprile 2018
durata: 114 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Dal regista di La Pietà, Ferro 3 e Moebius, il coreano Kim Ki-duk torna con un film impantanato nella politica, un reportage sulle sventure di un pescatore della Corea del Nord tragicamente approdato sulla costa del Sud. Dal 19 aprile in sala.

Quando il motore della sua barca si rompe, un pescatore della Corea del Nord va alla deriva verso la Corea del Sud. Lì viene sottoposto a brutali interrogatori, poi viene rispedito in patria. Prima di lasciare il paese, realizza quanto esso sia diverso dall'immagine di "paese sviluppato" che ha sempre avuto e si rende conto di quanto lo sviluppo economico non corrisponda alla effettiva felicità di un popolo. Tornato nel Nord, l'uomo subisce lo stesso trattamento, finché non si trova intrappolato contro la sua volontà tra le due ideologie.

Se un artista, in questo caso un regista, è commentatore della propria epoca che tenta di evocare un trampolino dal quale “guardare dall'alto”, per Kim Ki-duk è giunto il momento di fare i conti con il suo tempo. Venire a compromessi con la politica, l'ideologia , il patriottismo e la bandiera senza dimenticare “l'uomo” è complesso, un obiettivo da sempre e per sempre mortificante; entrambe le parti richiedono sempre le proprie ragioni. Kim Ki-duk prende il largo con il suo cinema metamorfico, sempre un po' diverso, sempre pronto a lanciarsi su temi e discorsi differenti, sondando questa volta zone liminari, per geografia ed ideologia, non per proporre una pace cervellotica e teorica, ma per fare luce sull'imparzialità che solo uno sguardo disincantato è in grado di innescare. Non stare da entrambe le parti è dunque l'alto gradino scelto dall'autore sud coreano.

Un reticolato, quello di Kim Ki-duk, che sovrappone tutti i piani sociali di due differenti comunità, due nazioni in contrasto come il giorno e la notte. Eppure l'adagiare piani tanto differenti l'uno sull'altro equivale allo stesso tempo alla creazione di vuoti, in particolar modo gli spazi in cui si muove l'uomo nudo, spogliato dalle bandiere; nell'immaginario creativo di Kim Ki-duk per l'appunto, l'uomo solo con la sua barca in mezzo al mare in un punto indefinito, dove vicino e lontano, dentro e fuori, sono termini messi in discussione, svalutati e solo poi rimessi in gioco, in una dinamica dialettica riuscita in The Net, ma solo per metà.

 

Individuare strade, o meglio sentieri poco battuti che si perdono all'orizzonte, per poi scegliere di chiudere gli occhi e seguire le vie più semplici. Questa la grande colpa di chi si propone al grande pubblico con tanto coraggio e poi finisce per tirarsi indietro. L'autore sud coreano più che eviscerare la profondità del suo pensiero preferisce tingere la sua storia con i colori di thriller poliziesco fatto di inseguimenti, torture, carceri e interrogatori.

Noiose le lunghe sequenze del “parli o non parli” a cui è stato affidato il compito di sorreggere il metraggio tutto. Mentre il pescatore Nam Chul-woo è trattenuto dagli agenti sud coreani, ad essere davvero recluso è tutto ciò che di buono c'è nella pellicola. L'evasione di Nam Chul-woo sarà finalmente il momento in cui per noi potrà cominciare il film, e solo di questo possiamo parlare.

Come nel mito greco, guardare è già un peccato troppo grande per essere perdonato. Nam Chul-woo si muove a tentoni per le vie di Seul, con gli occhi ben chiusi per non vedere nulla da poter riferire ai suoi connazionali una volta tornato a casa. “Curiositas”, che per i medievali era tra i più grandi peccati, costringe l'uomo a sbirciare. Ciò che si presenterà agli occhi dell'umile pescatore è un mondo occidentale a tutti gli effetti, ammorbato da un consumismo sfrenato in cui il “senso” è stato smarrito da tempo. Non la libertà quindi, ma le catene di un paese libero solo sulla carta.

Inevitabilmente il film di Kim Ki-duk rischia di non piacere a nessuno. Al Sud letto come un critico della contemporaneità, al Nord … inutile dirlo. Per tutti gli altri non c'è altro che un film violento, che racconta il risentimento, la rabbia e la vendetta covata da due popoli, per dirla con l'autore, entrambi vittime delle proprie idee. Perfino la tecnica viene meno: non buona la regia costretta a rigor di trama in una cella, inscatolata senza bellezza, sfiorita nelle inquadrature asettiche e statiche che al contrario di Moebius e la Pietà, qui non trionfa.

Tutt'altro che felice è il ritorno in patria dell'uomo. Ancora torture, ancora uffici, ancora l'assenza di fiducia che conduce l'uomo alla disfatta. Una vera e propria traslazione in blocco di tutto ciò che sull'altra riva ci era già stato mostrato.

Dipingere il margine e il confine, il limite non più geografico ma esistenziale, richiede qualcosa di più di un esercizio immaturo e acerbo sul racconto del sistema carcerario e spionistico coreano (che sia del nord o del sud). Un passo falso, in tutto e per tutto.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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