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#La terra dell'abbastanza: la recensione

LA TERRA DELL'ABBASTANZA

regia: Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo
fotografia: Paolo Carnera
sceneggiatura: Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo
montaggio: Marco Spoletini
musiche: Toni Bruna
cast: Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti, Milena Mancini, Max Tortora, Luca Zingaretti
 
anno: 2018
nazione: Italia
produzione: Pepito Produzioni
distribuzione: Adler Entertainment
genere: drammatico
data uscita in Italia: 7 giugno 2018
durata: 96 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

In sala dal 7 giugno, il film dei fratelli D'Innocenzo “La terra dell'abbastanza”; racconto giovanile crudo e schietto su quel sogno di periferia di uscire dall'anonimato e dalla povertà attraverso le vie tortuose offerte dalla criminalità.

Mirko e Manolo sono due giovani amici della periferia romana. Guidando a tarda notte, investono un uomo e decidono di scappare. La tragedia si trasforma in un apparente colpo di fortuna: l'uomo che hanno ucciso è il pentito di un clan criminale di zona e facendolo fuori i due ragazzi si sono guadagnati la possibilità di entrare a farne parte. La loro vita è davvero sul punto di cambiare.

 

Dietro i fratelli D'Innocenzo c'è Suburra, ma prima ancora forse c'è Non essere cattivo, film con il quale La terra dell'abbastanza instaura un dialogo fatto di analogie riuscite. Davanti i due fratelli e colleghi nel mondo del cinema invece c'è la consapevolezza d'aver lavorato bene, per lo meno se consideriamo che i due non hanno neanche trent'anni. Troppo vecchi per degli enfant prodige, troppo giovani per mettergli una lente d'ingrandimento in mano, alla ricerca del pelo nell'uovo. La terra dell'abbastanza, film presentato alla scorsa Berlinale nella sezione Panorama, è un racconto intriso di naturalismo mokumentaristico e artigianato pratico. Macchina da presa prestata ad un esercizio viscerale e mai accademico, rozzo in ogni dove e continuamente sbavato, ma dall'efficacia esemplare e mai fastidiosa.

Quando non si fa che parlare di Ostia e la malavita che in questa nuova gomorra italiana viene alla luce, i D'Innocenzo spostano l'attenzione su una formidabile accoppiata della morte. A morire è il pentito messo sotto con l'auto inconsapevolmente. A profumare di morte è l'affiliazione dei due predestinati, che dopo il gran servigio offerto ad un boss mafioso decidono di farsi assoldare come killer spietati, a tratti coraggiosi, il più delle volte incantati da un sogno palpabile.

 

La natura morta dipinta dai due fratelli è quella vera e tangibile della periferia, quel luogo medio fatto un po' ovunque di leggi proprie, dove le reti dello stato si fanno timide e vacillano sotto i colpi del silenzio e della corruzione. Luoghi per nulla fantasmagorici ma pregni e densi di pragmaticità. Luoghi in cui se non “svorti”, come fino allo sfinimento ripetono Mirko e Manolo, resti a consegnare le pizze il venerdì sera. A complicare i connotati di un luogo tanto sfaccettato e pluriforme, non senza ragione i D'Innocenzo pongono in contrasto due figure genitoriali agli antipodi. Due poli classici, del male e del bene, a ricoprire i ruoli di fari nella notte. Forse è solo questione di caso e fortuna la scelta del bagliore da seguire.

Ma quando il fumo negli occhi comincia a bruciare, come sempre, è troppo tardi. Il castello di carte va in frantumi, le scelte si complicano, il tunnel si adombra maggiormente. Restano fidanzate tradite dal tutto e subito, sentimenti sfilacciati e collassanti, le lacrime di chi non è in grado di dire alla propria madre, anche con la spada di Damocle ormai in caduta libera sul collo, quanto si era in errore e quanto si è dispiaciuti.

Li hanno definiti i fratelli dell'abbastanza e non si può non essere d'accordo. “Dell'abbastanza” come quella terra che hanno raccontato, troppo per essere dimenticata, troppo poco per restare imbrigliati nei suoi sistemi alternativi e fraudolenti, disperati e mortali. In una dimensione di povertà e precarietà, il miracolo allora è seguire quel flebile faro tenero e sofferente, una traccia di maternità positiva e natale. Resta a lungo nella testa la risposta sull'ultima scena, una preghiera dell'abbastanza che chiede la vita e nient'altro che la vita, scansando con tutto lo spirito il “sogno” dei giovani dai mille sogni e la nulla volontà: “Cosa mangi stasera? Quello che c'è”.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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