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#Il sacrificio del cervo sacro: la tragedia dell'oltre

THE KILLING OF A SACRED DEER 

regia: Yorgos Lanthimos
fotografia: Thimios Bakatakis
sceneggiatura: Yorgos Lanthimos
montaggio: Yorgos Mavropsaridis
cast: Colin Farrell, Nicole Kidman, Raffey Cassidy, Barry Keoghan, Sunny Suljic, Alicia Silverstone, Bill Camp
 
anno: 2017
nazione: Stati Uniti, Gran Bretagna, Irlanda
produzione: Element Pictures, A24, Film4
distribuzione: Lucky Red
genere: drammatico
data uscita in Italia: 28 giugno 2018
durata: 109 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Dal 28 giugno finalmente nelle sale italiane Il sacrificio del cervo sacro, ultimo film di Yorgos Lanthimos, film che ha sfilato sulla passerella di Cannes 2017, con Nicole Kidman e Colin Farrel. Qui la recensione del film.

Uno stimato chirurgo accoglie un ragazzo sinistro sotto la sua ala protettrice, senza che nessuno ne sappia il motivo. Il suo gesto, che preoccupa la famiglia e i conoscenti, avrà conseguenze disastrose.

Da Ifigenia al sacrificio di Isacco.

Dalla tragedia greca a quel greco qual è Lanthimos, autore che già alla genesi della sua carriera ha rintracciato quel filo d'Arianna chiamato tragedia greca, smarcandosi tuttavia dalla concezione più classica del macrocosmo teatrale antico, rivestendola luce cinematografica, faretto ad oggi decisamente troppo hollywoodiano forse, ma pur sempre una nuova tragedia contemporanea. Questa volta, così come in The Lobster, non in Grecia e non in lingua greca. Per quanto a primo impatto le trame lanthimosiane diano sempre la sensazione di respirare aria pura se importate direttamente dal suolo linguistico greco, l'approdo del regista ad una totale traduzione anglosassone risulta assolutamente sensato nel suo progetto.

I corpi metallici messi in scena dal regista sono automi inespressivi, macchine programmate, arrugginite e cigolanti quando è richiesto loro un dinamismo emotivo ed espressivo. Corona l'intera staticità e la totale assenza d'intenzione di movimento proprio l'utilizzo di una lingua come l'inglese, lontana anni luce dalla pienezza greca e la sovrabbondanza di significati celati oltre il segno.

Anche sul piano tecnico, la regia di Lanthimos è movimento che va incontro al fabbisogno naturale del cinema e della narrazione. Dove l'in-azione, la staticità e la robotizzazione delle coscienze dei personaggi blocca ogni punto di fuga e movimento, sta alla macchina da presa il doversi caricare sulla schiena l'apertura e la possibilità d'andare al di là delle sagome. Grandangoli e ampissime riprese sbilenche ed oblique, in un tentativo disperato ed estremo di cogliere i corpi al di là della loro propria frontalità, interrogata e mai davvero in grado di rispondere. Nel profilo e sugli scorci smezzati, Lanthimos tenta di portarci a quel minimo di vicinanza necessario all'adesione e fruizione della narrazione, puntualmente, mai in grado di bloccare e blindare la quarta parete scenica, lasciando invece le vicende e i personaggi sclerotizzati sotto evidentissimi riflettori.

Anche la luce fa gioco forza il battito e il ritmo del ribaltamento di fronte. Il bianco in Il sacrificio del cervo sacro è accecante e disturbante, lontano da ogni accezione di purezza. Gli asettici corridoi dell'ospedale risucchiano i protagonisti nella plasticità della finzione più grottesca, sottolineando e mettendo in mostra sagome di cartone fatte dello stesso materiale degli spazi chiusi e allungati.

Dicevamo: da Ifigenia al sacrificio di Isacco.

Sì, perché se sul piano tecnico, recitativo ed espressivo la pellicola di Lanthimos segna semplicemente un nuovo approdo della tragedia, una nuova epoca post euripidea (per conto suo già post eschilea) in cui non solo non vi è più coro, ma non vi sono neanche più i protagonisti a farsi eroi della presa in carico di questa tragicità (non sarebbe piaciuto a Nietzsche questo Lanthimos), sul piano concettuale, teoretico e significativo le cose stanno assai diversamente.

Poco o nulla in realtà serve utilizzare come linee guida Ifigenia e Isacco, ossia due boe di salvataggio che servono qui a chi scrive per ricordare che comunque di tragedia e di dramma si sta parlando. Serve a poco perché Lanthimos non solo ha superato la tragedia, ma si è allontanato fin troppo.

Tenta disperatamente di inserire significati poco più alti, quali ad esempio la colpa dei padri che ricade sui figli, trasformandola poi in colpa esistenziale e metafisica rispetto la condizione umana che, a prescindere, deve spartire pene e dolori per la propria misera condizione. I risultati sono assai scarni, privi di vero impegno e velleitari. Totalmente affascinato dalla brutalità delle azioni che per forza maggiore il padre, madre e figli dovranno mettere in atto, Lanthimos si abbarbica attorno la pura volontà di rapire e poi risputare, schiaffeggiare per poi voltarsi da un'altra parte, disturbare fino alla nausea per poi fare spallucce perché, dopotutto, “si sta facendo tragedia no?”. Insomma, Ne il sacrificio del cervo sacro manca la sacralità, manca per certi versi anche il sacrificio.

La casualità divora e giganteggia la causalità. Non c'è scelta, non c'è gesto risolutivo, non c'è vera azione. Il fato, demiurgo al di sopra di tutte le comparse della pellicola di Lanthimos, è l'unico vero signore risolutore, ma esso non conosce se stesso e agisce come un essere privo di autocoscienza. Una rimarcatura, non più greca ma sassone, del crepuscolo degli idoli e dell'abbandono degli Dei.

Non c'è più Ifigenia, non c'è più Isacco. Cosa resta?

Un teatro postumo (filmato) del non senso, lontano anche da quel Beckett che invece un senso lo “aspettava”. Teatro della disattesa, della non interrogazione, dell'inespressività e del non stupore. Quella di Lanthimos è una tragedia "finalmente" approdata ad un oltre assai lontano, in cui il nichilismo ed il non senso tramutano in valori normativi stabili e non hanno più le vesti di signori della passione nera, o più semplicemente quei picchi improvvisi nella quotidianità del singolo. Un approdo "oltre lineare" (direbbe qualcuno) in cui il sacrificio non lo si fa, nè tanto meno lo si accetta. Passa come l'input informatico ma senza provocare alcuna risposta. 

Le colpe di Lanthimos? L'aver superato la linea, l'aver superato la tragedia, pur senza volerlo e nel tentativo immaturo, spettacolarizzante e posticcio, di restare aggrappato ad una tradizione che oramai lo ripudia e non lo degna neanche dello sguardo. Come chi prende il largo a nuoto e non vede più l'isola da raggiungere, così come la terra ferma dalla quale ci si è tuffati. 

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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