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#Papillon: la recensione

PAPILLON

regia: Michael Noer
fotografia: Hagen Bogdanski
sceneggiatura: Aaron Guzikowski
montaggio: John Axelrad, Lee Haugen
musiche: David Buckley
cast: Charlie Hunnam, Rami Malek, Tommy Flanagan, Eve Hewson, Roland Møller, Michael Socha, Brian Vernel, Christopher Fairbank, Nina Senicar, Ian Beattie, Yorick van Wageningen, Demetri Goritsas, Joel Basman
 
anno: 2017
nazione: Stati Uniti, Serbia, Malta
produzione: Czech Anglo Productions, FishCorb Films, Red Granite Pictures
distribuzione: Eagle Pictures
genere: drammatico, biografico 
data uscita in Italia: 27 giugno 2018
durata: 113 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Basato sul racconto autobiografico di Henri Charrière, ma anche remake del film omonimo del 1973 diretto da Shaffner, con Dustin Hoffman e Steve McQueen, Papillon è l'ultimo film di Michael Noer. Nelle sale italiane dal 27 giugno.

Henri "Papillon" Charrière è uno scassinatore della malavita parigina che viene incastrato per omicidio che non ha commesso e condannato a scontare la pena nella famigerata colonia penale francese sull'Isola del Diavolo.
Determinato a riconquistare la libertà, Papillon crea un'improbabile alleanza con un altro condannato, l'eccentrico contraffattore Louis Dega, che in cambio di protezione, accetta di finanziare la fuga di Papillon, creando con questo un legame di amicizia duratura. 

 

Il confronto con la pellicola del 73, ahimè, è necessario, e tanto di guadagnato ci sarebbe se questo Papillon avesse provato a barare, stravolgendo qualcosa, facendo carte false. Appiattendosi sul romanzo e sull'esperienza cinematografica di Shaffner, genitore severo di questa giovane pellicola figliastra, Pappilon è un bel buco nell'acqua, grande almeno quanto quello che Henri fa saltando dalla scogliera quando tenta l'ultima evasione dall'isola del diavolo.

La storia di Papillon con Noer guadagna tutto ciò che un film del 2018 avrebbe mai potuto guadagnare rispetto ad uno del 73. Triplicata la dose di violenza, così come quella di carne e di sangue. Perde circa venti minuti sul metraggio. L'interesse è tutto rivolto alla cattiva piega che la malefica dinamicità degli eventi ripresenta ai due protagonisti dietro le sbarre, sbarre inusuali e anche un po' vigliacche. Ma dove il film di Shaffner poteva vantare una narrazione lineare e compatta, con un canovaccio studiato nei minimi dettagli, l'aggiornamento di Noer si affida totalmente ad una quasi illogicità narrativa, un'assenza di scaletta. La semplice adiacenza di blocchi tanto distinti quanto necessari e da dover raccontare, che per forza di cose devono essere legati assieme. L'esperienza filmica del 73 prevedeva dunque una totale riflessione sulla permanenza in una terra altra e diversa, proponendo la sensazione di alienamento che la pellicola a noi contemporanea cerca a tratti ma non trova.

 

Il nuovo Papillon non fa molto caso alle atmosfere. L'importante è tenere sveglio lo spettatore il più a lungo possibile, cose che è pur in grado di fare, anche più dell'altro se volete. Numerose distensioni narrative e sequenze di ricongiunzione in cui i due scherzano tra loro come amici al bar che si ritrovano dopo tanto tempo e si prendono un po' in giro.

Sulla scelta del cast poi non c'è poi molto da dire. Il macio e il tonto occhialuto. Poco, davvero troppo poco da dire su due personaggi poco più che abbozzati e forse mai scoperti del tutto neanche dagli attori stessi; approccio troppo superficiale e approssimativo.

In definitiva un discreto film d'intrattenimento che seguirete fino alla fine, saprà anche tenervi con il fiato sospeso. Troppe volte vi farà arrabbiare per la banalità della sceneggiatura (che sembra fare il taglia e cuci con alcuni tweet popolari del social). Poi lo dimenticherete come ci si dimentica del pasto mangiato pochi giorni prima.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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