Log in

#L'albero dei frutti selvatici: maestoso, semplice, necessario Ceylan

AHLAT AGACI

 
regia: Nuri Bilge Ceylan
fotografia: Gökhan Tiryaki
sceneggiatura: Ebru Ceylan, Akin Aksu, Nuri Bilge Ceylan
montaggio: Nuri Bilge Ceylan
cast: Serkan Keskin, Dogu Demirkol, Ahmet Rifat Sungar, Murat Cemcir, Akin Aksu, Bennu Yildirimlar, Hazar Ergüçlü, Tamer Levent, Öner Erkan
 
anno: 2018
nazione: Turchia
produzione: Detailfilm, Memento Films Production, RFF International
distribuzione: Parthenos
genere: drammatico
data uscita in Italia: 27 settembre 2018
durata: 188 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

 

Dopo Winter Sleep, il genio di Nuri Bilge Ceylan torna con il suo ultimo film presentato alla scorsa edizione del festival di Cannes. “L'albero dei frutti selvatici” nelle sale italiane dal 27 settembre.

Sinan Karasu (Dogu Demirkol), neolaureato e appassionato di letteratura, torna a casa dal padre nel villaggio di Can in Turchia mentre considera una carriera come insegnante e nel frattempo tenta la pubblicazione del suo primo libro

Se fino a C'era una volta in Anatolia il regista turco Nuri Bilge Ceylan si era affermato come uno dei più maturi registi del panorama mediorientale, accaparrandosi una grossa fetta di sostenitori nella vecchia Europa festivaliera, con Winter Sleep, in modo unanime, Ceylan si è fatto largo in quell'olimpo desertico che ancora il cinema può vantare e che per certi versi tiene ancora in piedi le aspettative di chi “vive cinematograficamente”. Un'eccedenza, un'epifania quella di Ceylan, nonostante l'epoca di ritrazione del SENSO che, paraocchi a parte, stiamo vivendo.

“L'albero dei frutti selvatici” riprende, per stile e narrazione, il filo lasciato con la precedente pellicola. Ancora l'Anatolia, ancora quella zona liminare e di convivenza tra l'uomo e la natura. Non più le fredde lande spoglie e la pietra calcarea porosa. L'albero dei frutti selvatici ha bisogno ci campi, torrenti e laghi. A concludere la planimetria geografica della lunga pellicola di Ceylan (più di tre ore) c'è Can, città periferica che ogni giovane in possesso di un minimo d'aspirazione desidera abbandonare. La città natia e famigliare, quella dei soliti luoghi, dei soliti volti, dove nonostante gli anni nulla è in grado di mutare.

Quello di Ceylan è un grande trattato cinematografico sul tema del ritorno, un saggio per immagini sul difficile innesto e intreccio di aspirazione e possibilità, aspettativa e realtà, futuro e passato.

Lunghissimi dialoghi non costruiti per improvvisazione ma rigorosamente legati al testo a fare da colonna portante della confezione tutta. Ma se in Winter Sleep il motore dei dialoghi era la tacita superbia, l'inconfessata ipocrisia e le idiosincrasie familiari, L'albero dei frutti selvatici mobilita un' ampia scelta di temi che in centottanta minuti fanno da pretesto al sorgere corale di straordinari personaggi stereotipati ma sinceri.

Spocchioso e superbo, Sinan, è vittima delle sue contraddizioni interiori. Scarnifica l'affetto familiare e la semplicità, pur millantando le proprie capacità di scrittore in grado di cogliere l'essenziale puro e semplice della vita. Prende parte al coro cittadino che punta il dito contro suo padre, un insegnante caduto nelle grinfie delle scommesse, l'incapace che crede di poter trovare l'acqua in un pozzo secco e polveroso.

Ma come suo padre, Sinan scava nella società, a tutti i livelli, per trovare terreni fertili in grado di ospitare la sua arte il suo pensiero. Non un figlio che si ribella al padre, ma una generazione critica rispetto quella che la precede.

 

L'albero dona i suoi frutti selvatici tuttavia solo quando ogni aspirazione di vano ed illusorio trascendimento è andata perduta. Ceylan scavalca il piano della colpevolezza, del giusto e dello sbagliato, accompagnando con lunghi piani sequenza i suoi personaggi alla scoperta di un naturalismo spirituale, semplice e genuino. L'albero dei frutti selvatici è un estremo omaggio alla vita umana e banale, potentemente veritiera e carica di senso tellurico e carsico che solo attraverso l'amore può riemergere dal profondo e nero pozzo, come un fiume in piena, dall'arido terreno incoltivabile.

Seguite la pagina Facebook di No#News per rimanere aggiornati su altri articoli e non dimenticate di condividere l'articolo!

Video

Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

Social Profiles

Lascia un commento