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#Killing. L'"inarrivabile" capolavoro di Shinya Tsukamoto

ZAN

regia: Shinya Tsukamoto
fotografia: Shinya Tsukamoto
sceneggiatura: Shinya Tsukamoto 
montaggio: Shinya Tsukamoto 
cast:  Sôsuke Ikematsu, Yû Aoi, Tatsuya Nakamura, Shinya Tsukamoto
 
anno: 2018
nazione: Giappone
produzione: Kaijyu Theater 
genere: azione, drammatico
data uscita in Italia: N/D
durata: 180 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Presentato in concorso alla settantacinquesimo mostra del cinema di Venezia, Killing è l'ultimo film del regista giapponese Shinya Tsukamoto. Per noi “Zan” è un capolavoro assoluto.

Mokunoshin Tsuzuki è un giovane samurai errante senza padrone. Si ferma in un villaggio di contadini poveri, per proteggerli e aiutarli a raccogliere il riso. Si tiene in esercizio incrociando la spada con Ichisuke, il figlio adolescente della famiglia che lo ospita. Un giorno si presenta al villaggio Sawamura, un samurai anziano, deciso a reclutare altri guerrieri per recarsi a Kyoto e combattere nella guerra civile. Tsuzuki accetta di seguirlo. Sawamura accoglie anche l'entusiasta ma inesperto Ichisuke, anche se Yu, sorella di quest'ultimo, è contraria. Arrivano però al villaggio anche un gruppo di fuorilegge sbandati, capeggiati da Sezaemon Genda.

Definito “inarrivabile” e non senza buone ragioni, Zan è un capolavoro senza mezzi termini. Si stenta a credere, ci si guarda a fine pellicola increduli, un po' sbandati e privi di orientamento. Ma proviamo, matassa di emozioni a parte, a fare poca più chiarezza sul Jidai-geki di Tsukamoto.

E' l'ultimo Giappone della resistenza quello raccontato da Tsukamoto. L'ultimo affondo di spada contro l'arrivo dell'occidentalità forsennata, speculatrice e iperattiva. Ma se “L'ultimo Samurai” (il periodo storico è il medesimo) metteva a fuoco la contrapposizione ideologica tra schemi di pensiero del tutto differenti, Zan posa la lente d'ingrandimento sulle contraddizioni interne al Giappone stesso, alle tradizioni e la popolazione guerriera; uno sguardo sui disordini e gli scontri minimi e isolati delle campagne nipponiche.

E' l'era dei Ronin, samurai impoveriti e senza padrone in cerca di fortune, ma anche il tempo delle bande armate che fanno razzia nelle colture di riso, lontane dai grandi centri come Edo. 

Parlare di Zan e restare sulla trama, sul diegetico e il profilmico, significa per certi versi ignorare il film e l'operato geniale di Tsukamoto. Trama banale per moltissimi aspetti, scarnificata e ridotta all'osso. Il tempo è quello orientale, lontano dalla motilità affettiva e spirituale tutta nostrana. Tempo che si concede del tempo.

Tempo. Il vero protagonista di Zan, in stretta cooperazione con la co-protagonista: la macchina da presa. Frenetiche inquadrature a seguire i movimenti di katane, kimono e ciocche di capelli svolazzanti. Dotata di coscienza propria (come piaceva al nostro caro Pasolini), sempre in grado di articolare movimenti autonomi e indipendenti rispetto centri di interesse dei piani. La macchina da presa partecipa al generale fluire del tempo seguendo la pressione e la tensione dello stesso, a sua volta, in modo passivo, incanalato con l'aiuto del montaggio. Non un tempo cronologico e immobile dunque, ma un tempo della presa di posizione, dell'azione e poi della quiete. In passato lo chiamò “qualcuno” mosaico fatto di tempo, che in questo Tsukamoto trova tutta la sua espressione e ragione d'essere.

Fotografia di ampio spettro in grado di dar conto di tutte le sfumature emotive della pellicola, dal rosso tramonto per l'introspezione e la caduta morale, al verde naturale della meditazione, fino agli scuri anfratti montagnosi della rabbia e dello scontro. Una giostra di colori e movimenti di macchina che regala la pace del senso ottico. Ma Zan è tanto di più di un mero esercizio tecnico ed estetico. Vedi la tematica della violenza giustificata e quella gratuita, il dovere della vendetta e la difficoltà di uccidere.

Il protagonista di Zan è un samurai incapace di uccidere. La morte violenta è tabù e in accordo con qualsiasi analisi psicanalitica, fonte di piacere sessuale occultato e auto vietato. Coronamento della seduta psicoanalitica di Tsukamoto è dunque il samurai preda del desiderio di masturbazione alla vista del suo stesso sangue sulla mano. L'impotenza bellica accompagna di pari passo quella sessuale. 

Violenza etica contro violenza estetica. Questa la profonda colonna portante di Zan.

Dove la prima suona come un ossimoro, la seconda invade la scena con prepotenza, come appropriandosi del ruolo da protagonista sotto l'affannata e movimentata mdp di Tsukamoto.

Similmente a una danza tradizionale giapponese in cui ci si rincorre ora in sfondo alla scenografia e ora in prossimità del pubblico, Zan è storia di prevaricazione cinematografica. Sfilare sotto l'obiettivo di Tsukamoto (dotato di coscienza) è convincerlo a rivedere le proprie posizioni, lasciarsi seguire e pedinare a discapito della controparte. Uccidere esteticamente è questione di contorni e di posture, d'eleganza e nobiltà guerriera. La violenza morale necessita costantemente di giustificazioni inappellabili, nel pratico sempre troppo deboli e sfilacciate tuttavia. Chi ha la meglio? La risposta è storia, storia del cinema per davvero, con una sequenza finale intrisa d'horror d'autore giapponese del passato, sperimentalità e un pervasivo tocco di genio. “Tocco”, anche nel senso popolare italiano del “essere un po' tocchi”. Ma cosa volete dirgli a Tsukamoto? Critici, cinefili e simili, un grazie sincero è il minimo.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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