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#Disobedience. La recensione del nuovo film di Sebastian Lelio

DISOBEDIENCE 

regia: Sebastián Lelio
soggetto: Naomi Alderman 
fotografia: Danny Cohen
sceneggiatura: Sebastián Lelio, Rebecca Lenkiewicz
montaggio: Nathan Nugent
musiche: Matthew Herbert
cast: Rachel McAdams, Rachel Weisz, Alessandro Nivola, Anton Lesser, Nicholas Woodeson, Cara Horgan, Allan Corduner
 
anno: 2017
nazione: USA, Gran Bretagna 
produzione: Braven Films, Element Pictures, Film 4
distribuzione: Cinema distribuzione
genere: drammatico
data uscita in Italia: 25 ottobre 2018
durata:  114 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Nelle sale italiane il 25 ottobre il film Disobedience di Sebastian Lelio. Dopo "Una donna fantastica", Lelio racconta le vicende di due donne innamorate e divise tra la vita scelta e quella ereditata. 

Basato sul romanzo omonimo di Naomi Alderman, "La disobbedienza" traccia delicatamente e senza spargimenti di sangue le intricate vicende del ritorno di Ronit , dopo la morte di suo padre, in una comunità ebraica ristretta che non la accoglie più completamente. Sebbene esitante, è Dovid , un vecchio compagno e probabile successore di suo padre , ad esserle vicina. Ronit riprende anche la sua relazione con una ex amante, Esti , moglie di Dovid. La riunione delle donne riaccende rapidamente una passione che con baci rubati e intimità progressivamente più stagnante, disturba l'ordine scrupoloso di questo mondo, una rottura che riguarda più la tradizione culturale che non la credenza religiosa.

Che sullo schermo vedremo l'innesto, mai davvero compiuto, di due mondi assai differenti, Lelio ce lo dice già dopo due sequenze. La prima, dove l'anziano Rabi della comunità tiene il suo ultimo sermone, tenendosi a stento in piedi, predicando la scomoda natura dell'uomo legata alla scelta e alla libertà. Gli angeli aderiscono al volere di Dio in ogni momento. I demoni all'istintualità bruta, come il loro creatore. L'uomo? In lui gioca una dialettica estenuante. Dall'altra parte del mondo, negli USA, Ronit fotografa un allegro vecchietto barbuto, come quel barbuto predicatore della sequenza precedente (ossia suo padre), ma ricoperto di tatuaggi, a corpo scoperto. La chiamata che annuncia la morte di suo padre è il punto di contatto tra i due mondi, compresenti e paralleli.

Se la Ronit degli USA ha la possibilità di muoversi in spazi larghi, areati e luminosi, ad attenderla a Londra vi saranno solo spazi angusti, pallidi e poco illuminati. La spigolosità degli appartamenti visitati dalla donna accentuano la sensazione di claustrofobia e bisogno di ossigeno. Sebastian Lelio fa della Londra più grigia e cupa la sua scenografia, sfondo su cui far giocare i suoi personaggi, tre principalmente, al gioco delle tre carte.

Vecchie scintille lesbo rivivono nei ricordi di due donne- non più ragazze, con la propria vita, un matrimonio di mezzo (con il futuro rabbino) e la religione ebraica a scandire come i rintocchi di una campana ogni evento settimanale e ogni attività giornaliera. Il sesso programmatico del venerdì (asfissiante e senza piacere), la celebrazione del sabato, i canti alla scuole per giovani ragazzi semiti. La ribelle Ronit non usa parrucche da “devota”, fuma sbeffeggiando gli anziani della comunità , ribadendo con ogni suo gesto sguardo o parola, d'essere sì la figlia del rabbino defunto, ma d'essere anche la pecora nera che ha riconquistato la sua libertà.

 

Il primo grosso problema di Lelio è lo stare troppo dalla parte del suo personaggio. Già dal primo incontro familiare con la comunità, Ronit pare essere su un piedistallo inarrivabile, invincibile. Non c'è mistero, non c'è neanche lontanamente l'orizzonte del crollo, della crisi e della messa in discussione, tutto ciò che invece dovrà affrontare Esti, poco enigmatica anch'essa poiché partecipe della stessa pomposa sicurezza della sua amante segreta.

Lelio, dopo un gran bel prologo ad inizio pellicola, smarrisce la retta via. Introducendo temi quali la libertà e la disobbedienza, dimentica poco dopo la dimensione metafisica dei temi da lui selezionati, concentrandosi infruttuosamente su un rapporto sentimentale e sessuale(soprattutto) che lascia decadere la dimensione più alta evocata dal suo racconto (forse le colpe sono da condividere con la scrittrice). E Lelio nel tipo di “ragione” selezionata come movente per il suo film ci sguazza dentro alla grande. Dopo Gloria e Una donna Fantastica, abbiamo ben capito come tutto ciò che più sta a cuore al regista cileno sia l'introspettività labile e fragile di donne omosessuali o transessuali, costrette alla lotta contro il pensiero comune, religioso, tradizionale ecc.

Culmine di Disobedience, dove quasi intravediamo e sentiamo l'eccitazione dello stesso Lelio, è la scena di sesso in cui le due donne si scambiano la saliva letteralmente sputando l'una nella bocca dell'altra. Sequenza dal grande impatto e con potere centrifugo. Ma è un nucleo troppo gassoso per ruotarci attorno. Non c'è materia in Disobedience. Manca poi lo spirito, la forma. C'è un pizzico di estetica, quel tanto che basta per consentirci di arrivare a fine proiezione senza abbandonare la sala.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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