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#Cafarnao. Caos e miracoli

CAPHARNAUM

regia: Nadine Labaki
fotografia: Christopher Aoun
sceneggiatura: Nadine Labaki, Khaled Mouzanar
montaggio: Laure Gardette, Konstantin Bock
musiche: Khaled Mouzanar
cast: Nadine Labaki, Zain Alrafeea
 
anno: 2018
nazione: Libano, Francia, Stati Uniti
produzione: Boo Pictures, Mooz Films
distribuzione: Lucky Red
genere: drammatico
data uscita in Italia: 11 aprile 2019
durata: 123 min
giudizio complessivo: 
impegno: 


In uscita nelle sale italiane l’11 aprile il nuovo film della regista e attrice libanese Nadine Labaki , Cafarnao, pellicola premiata a Cannes con il premio della giuria. Qui la nostra recensione.

Zaid è un ragazzino dodicenne appartenente a una famiglia molto numerosa. Facciamo la sua conoscenza in un tribunale di Beirut dove viene condotto in stato di detenzione per un grave reato commesso. Ma ora è lui ad aver chiamato in giudizio i genitori. L'accusa? Averlo messo al mondo.

Cafarnao.






Il significato, finito in disuso nella tradizione italiana, evoca il luogo del disordine già nelle sacre scritture: è l’inghiottimento di ciò che non è più recuperabile, il marasma, la matassa indistricabile. Letteralmente, si va, si finisce in “cafarnao”. Non adesso Nadine Labaki ha pronunciato la quint’essenza del suo cinema, la parola chiave rivelatrice, perché l’idea artistica della regista libanese, il progetto, è sempre stato quello di portare in superficie il cafarnao mediorientale, la complessa vorticosità sociale di concittadini e connazionali (vedi E ora dove andiamo? e Caramel). Come dichiarato dalla stessa durante la cerimonia di premiazione conclusiva alla festa del cinema di Cannes, il cinema deve poter far luce sui problemi e se possibile, incendiarli con i faretti artificiali e risolverli. Cinema come etica, prima ancora che arte forse.

Eppure il movimento del cinema di Labaki è una sottomissione tacita ad alcuni complessi regolamenti artistici. La regola fondamentale è una: se si cede al compromesso, la magia scompare. E Nadine Labaki, di compromessi, ne ha firmati un po’.

 

Compromettere l’aureola del cinema è cominciare a roteare in un rapporto malsano con lo spettatore le cui basi sono amalgamate nel ricatto. L’immagine cinematografica, svilita dal costante impegno etico, si pietrifica e cede il passo a qualcosa che rischia di diventare la pubblicità di una campagna no profit a favore dei bambini libanesi. Iniziativa ammirevole, tuttavia troppo stressante nei confronti della dimensione artistica.

La formidabile ricerca della signora Labaki rispetto i suoi piccoli protagonisti da mandare sul set e la conseguente venatura documentaristica della pellicola è un’intuizione vincente, riuscita e modellata a puntino, le cui ali sono tarpate però dalla dimensione bonaria e attivista dell’autrice.


Più che la disperazione infantile, necessariamente ancora non linguistica e grezza nel suo essere radicata nella vita vissuta per strada, il guadagno recuperabile di Cafarnao è la censura dello stesso disagio rappresentato, messo in bocca ai più piccoli a partire da un pensiero adulto, più lavorato e raffinato. Emerge preponderante il pensiero e lo sguardo di chi osserva (a tratti troppo concentrato nel voltarsi e fare segnali di fumo all’Europa) più che la gravosità animosa dell’osservato stesso. Tutto ciò si traduce in Cafarnao nella richiesta che il piccolo Zaid fa in tribunale: accusare i suoi genitori per averlo messo al mondo. Troppo ordine, troppo cervello, lì dove andava rispettato l’autentico “finire in cafarnao” delle cose.






La Labaki sbraccia e si affanna, perché la richiesta d’aiuto deve farsi strada all’interno di un appiattimento, livellamento e schedulazione che relega il suo film all’interno di quello che a tutti gli effetti sta diventando un sottogenere cinematografico di matrice mediorientale: il dramma della povertà dei bambini asiatici. Il rischio di Cafarnao e l’incubo di Labaki è allora quello di finire sugli scaffali delle cineteche a fare compagnia a The millionaire, Lion, Salaam Bombay e tanti altri.

Violenza, soprusi, fame, povertà e disperazione. C’è tutto in Cafarnao, “caos e miracoli” ,eppure andava corso solo il rischio di allargare le maglie del filtro, così da lasciar correre la vita sotto l’obiettivo per quello che è: un Cafarnao.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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