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#La caduta dell'impero americano: la recensione

LA CHUTE DE L'EMPIRE AMERICAIN 

regia: Denys Arcand
sceneggiatura: Denys Arcand
montaggio: Arthur Tarnowski
cast:  Alexandre Landry, Maripier Morin, Maxim Roy, Rémy Girard, Yan England, Pierre Curzi, Louis Morissette
 
anno: 2018
nazione: Canada
produzione: Cinémaginaire Inc.
distribuzione: Parthénos 
genere: thriller, commedia
data uscita in Italia: 24 aprile 2019
durata: 123 min
giudizio complessivo: 
impegno: 


Scritto e diretto da Denys Arcand, La caduta dell’impero americano è in uscita nelle nostre sale il 24 aprile. Qui la nostra recensione.

Pierre-Paul, 36 anni, ha un dottorato in filosofia ma deve lavorare come fattorino per tirar su uno stipendio decente: un giorno, durante una consegna, si ritrova sulla scena di una rapina finita male: due morti, e altrettanti borsoni pieni di banconote. Cosa fare? Restare a mani vuote, o prenderli e scappare?

Vedi “America” ma leggi Occidente, perché non è mica il “Nuovo Mondo” il bersaglio di Arcand.

Film che chiude il trittico critico sulla società contemporanea, preceduto da “Il declino dell’impero americano” e “Le invasioni Barbariche”, La caduta dell’impero americano prova ad essere un micro e frammentato tableau vivant, che se zoommato fino all’inverosimile restituisce l’immagine di una società giunta all’estremo delle sue contraddizioni e dunque al collasso. Ma procediamo con ordine.

 

Arcand affida non a caso il ruolo di lente d'ingrandimento della società ad un filosofo, o meglio un vecchio studente di filosofia che si esprime per citazioni (e va detto, non c’è nulla di più lontano dalla figura del filosofo, al cinema più che altro sempre una macchietta e mai ciò che è per davvero). Nel lungometraggio di Arcand è in primis la filosofia ad interrogare la modernità, tuttavia auto interrogandosi in quanto storico contenitore di conoscenze e strutture sociali relative all’occidente tutto. Ma la filosofia impiega ben poco a sollevare per Arcand bandiera bianca, rea d’aver visto senza aver fatto nulla, d’aver pensato senza aver agito sulla società. Eppure, al di là dell’infantile immagine che del sapere filosofico Arcand dipinge, fin dalle prime battute il “filosofo” sa scaldare il pubblico con un paio di battute pungenti e divertenti, fino al riso. Anticipando, quella della risata è la dimensione della pellicola più riuscita, anzi, l’unica e sola.

Presto lo sconfortato genio filosofico, rimasto solo con i suoi pensieri su Wittgenstein, Heidegger e compagnia, si ritrova in un dilemma morale: soldi sporchi o la vita insipida di sempre. Alexandre, il filosofo, è paralizzato. Per quanto ci si possa provare a ricordare, i libri non parlano mai di queste cose. Morti sanguinanti sull’asfalto e due borse piene di soldi. Il “filosofo” sceglie i soldi. Da questo momento la filosofia non dirige più nulla. La pellicola prende la sua reale forma e Arcand comincia a posizionare i mattoncini della sua totale critica alla società contemporanea.






Ma di totale non c’è nulla e la critica, quando c’è, è tardona, consunta e perfino noiosa. Arcand fa un guazzabuglio, un minestrone di fatti in grado solo di far salire la noia.

Abisso sociale ed economico tra ceto abbiente e poveri in canna, matasse finanziarie e scappatoie da evasori seriali che sovvertono le regole del potere tra stato e privato. Poi c’è l’immancabile malavita che gestisce i propri affari in modo autonomo, come uno stato a parte. Infine, la polizia, la pedina meno consapevole della scacchiera che con affanno ruota attorno gli altri pezzi, quasi sempre con le mani legate.

Ne “La caduta dell’impero americano”  c’è troppo ma anche troppo poco. Tanti gli ambienti sociali sui quali lo sguardo dell’obiettivo si apre sono trattati con una superficialità che finisce per stupire perfino. L’immagine cinematografica non guadagna mai per davvero la sua dimensione critica, non è mai “pugno” contro il nostro sguardo. Oltre ogni aspettativa, quando non ci si sta annoiando per la tiritera che vede protagonista e colleghi (una super escort per la quale Alexandre comincerà a provare qualcosa di più, e un ex galeotto con la passione per l’economia) immischiati nelle operazioni bancarie per “pulire” i soldi, la pellicola continua a divertire. Scene erotiche, doppi sensi, gofferie varie. Il pubblico non è completamente giustificato al sonnecchiare.

Passa per la testa, dopo un paio d’ore dalla fine della proiezione, che forse La caduta dell’impero Americano potrebbe perfino essere un quadro non solo preciso ma sincero della società occidentale.


Dopotutto, la banalità delle strutture sociali che sormontano e schiacciano il cittadino non avrebbero più, al giorno d’oggi, proprio nessun altro aspetto da mettere in mostra. Resta solo la risata rassegnata e dissimulatrice del pensiero che non pensa più. E la morte della filosofia che Arcand mette tra parentesi dopo soli cinque minuti non può che essere l’inevitabile sfondo di un mondo banale, marcio non nella sua prevaricazione, ma nel suo vagare a zonzo, come ogni elemento del film, perfino nel caso della risata.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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