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#Aleksandr Sokurov: il grande cinema che sopravvive

Si è conclusa giovedì 3 marzo la rassegna su Alexandr Sokurov proposta dalla cineteca spazio Oberdan al pubblico milanese. E' stata evocata la filmografia più corposa, più impegnativa, la più seria e riflessiva del cineasta russo, filmografia che gli ha permesso di occupare un posto tra i grandi, che ci ha permesso di dire che il grande cinema c'è ancora ed è vivo. 

Da Taurus a Faust, da Moloch a Francofonia. Un condensato di significanti e significati che, nello spremerlo, non finiremo mai di stupirci per il materiale che ne viene fuori.

Il cinema di Sokurov sa alternarsi, sa cambiare le sue tematiche senza perdere le sue caratteristiche tecniche. Con la tetralogia sul potere (Moloch, Taurus, Il sole, Faust) ci viene mostrata l'umanità di personaggi altrimenti avvolti in un alone mistico. Hilter, Lenin, l'imperatore Hiroito, in una lotta persa in partenza che vede vincitrice la morte. Sagome mastodontiche ricondotte alla pura umanità, Sokurov le smaschera, le minimizza, le denuda e le costringe alla complessa semplicità del mortale.
Un appassionato di fauna marina nel caso dell'imperatore giapponese, protagonista de Il sole, posto dalla sua popolazione su un piedistallo divino, un dio tra gli uomini per guidare il Giappone verso la verità. Un dio incarnato che continua a fare smorfie con la bocca, assomigliando sempre più al pesce gatto di cui racconta appena può. Un uomo che prova a scrivere poesie,qualche volta non trovando ispirazione .Un uomo che riflettendo su se stesso non può fare a meno di apprendere le sue scheletriche spoglie mortali, come quelle del suo più fedele servo. Sokurov rende la sua pellicola tragicomica per farci apprezzare alti e bassi di una figura quasi-divina, l'imperatore che per un momento si rattrista perché non è mai andato al cinema.


Nel parlarci di Lenin, Sokurov è più crudo, fa il realista. Il protagonista di Taurus non è forte e fiero, è un manichino che si ritorce su se stesso, un'immagine di forza ormai invecchiata , un toro sacrificale che altri individui stanno sfruttando a sua insaputa. Lenin, come un bambino, è portato in giro e sopportato da chi quasi non attende altro che la sua morte. Lui, consapevole o meno dei movimenti a cui ha dato origine, si guarda attorno, nota le suppellettili che non gli appartengono, con il chiodo fisso del popolo che muore affamato. Inoltre riceve le visite di una figura più fresca e oscura, Stalin, enigmatico e sotto una luce più fredda. Lenin resta per la storia intera un chiodo nella testa. “Non è insolito per un russo basare la propria esistenza su un chiodo”, dunque suggestiva è una delle immagini finali in cui Lenin viene dimenticato, inchiodato letteralmente sulla sua sedia in un giardino, urla per farsi sentire o perché è tutto ciò che gli viene da fare. Poi si rasserena , dimenticando Lenin, ricordando l'uomo in balia del cielo che tuona.

L'operazione di smantellamento più sadica procede con Moloch, pellicola che inaugura la tetralogia e che fa in piccoli brandelli “quel gran pacifista” per fare un po' di retorica, di Hitler. Disintegrati dalla fotografia sfocata, invecchiata, bronzea, Hitler e consorte sono barricati tra pareti che con sottigliezza e precisione sottolineano la solitudine di tutti i personaggi che animano le scene. La vera banalità del male Sokurov ce la racconta affiancando a Fuhrer e signora altre figure poco rilassanti e rilassate che rendono il clima teso: Goebbels, sua moglie e Borman. Cinque figure grottesche che Sokurov carica di goffaggine, che mascherano male l'incoscienza.

Il progetto termina con Faust, ispirato all'opera di Goethe, che spiega le prime tre pellicole, impreziosisce il filone e solleva il potere ad una dimensione letteraria, certo, ma soprattutto metafisica, il tutto senza perdere il soggetto più intimo:l'uomo. La fotografia muta non completamente, è salmastra, acquatica, pare gocciolare via dallo schermo, così come sono gli stessi personaggi a gocciolare via dove per fortuna non possiamo seguirli, almeno in questa vita. La morte è la destinazione, una gola di incertezze che Faust cerca di riportare ad un ragionamento filosofico, una digressione sul senso dell'esistenza e soprattutto della post-esistenza che conduce ad un vicolo cieco. In questo viaggio ci prende per mano il demonio, Mefistofele, che promette di soddisfare i desideri più profondi e che su quel vicolo cieco ci schianta di prepotenza. Il dramma è che questo diabolico e sadico accompagnatore mantiene davvero le sue promesse, rivelando l'angoscia e l'ossessione di cui si nutrono le speranze e i desideri del dottor Faust, desideri umani, nostri. Faust è anche un film che mostra come l'orrido e il sublime siano fratelli, come la bellezza di una donna e la bruttezza delle tenebre siano costrette a convivere sulla stessa terra, sopportandosi.

Attualmente la filmografia termina con Francofonia, ultimo film del regista russo che raccoglie il filo lasciato da Arca Russa, uno dei suoi capolavori più famosi. Un museo che questa volta perde il suo manto estetico, mantello che Sokurov lascia per bene all'esterno per non eccedere, per parlarci d'altro. Se uno stato ha bisogno di un museo per esistere, come ci viene suggerito nel film, Sokurov racconta l'identità storica europea che sopravvive fino ai giorni nostri, che rivive al Louvre, che identifica la Francia. L'identità di cui parliamo nella complessa tela sokuroviana è permessa solo da un elemento: l'arte.

Jacques Jaujard è il conservatore del famigerato e prezioso museo francese. Durante l'occupazione nazista il conte Wolff-Metternich è incaricato direttamente dai suoi superiori di supervisionare sulla struttura e trasferire parte delle opere in Germania. Due antagonisti che si ritrovano assieme nella medesima dimensione artistica. L'altra coppia della pellicola è quella composta da Marianne e Napoleone, due fantasmi venuti fuori dai quadri che non sanno fare altro che loro stessi, sinceri più di chiunque altro, reali, la pura memoria ferrea che non può essere distrutta, almeno finché aleggia in un museo. Sokurov compare nel suo film. Cerca di mettersi in contatto con una nave che trasporta opere d'arte solcando un mare in tempesta; il rischio di perdere l'arte è il rischio di perdere la storia. Francofonia ha anche funzione documentaristica. Muovendosi su piani temporali differenti mostra la più ricca documentazione del caso: fotografie, video, lettere. Tuttavia Sokurov ha peccato d'eccesso. Francofonia chiede troppo e dà poco al suo spettatore, spesso annoiandolo e stancandolo.


Ma Sokurov sa anche allontanarsi dai grandi personaggi storici, dai grandi diavoli e dalle mastodontiche riprese museali per parlare con più semplicità, da minimalista, con una vena di melancolia a cui è impossibile resistere. E' il caso di Elegia di un viaggio, un mediometraggio con cui Sokurov ci mostra la poesia che muta in cinema, così come l'esatto contrario. Un monologo che ci propone un'occhiata a ciò che ci circonda per comprenderne il carattere trascendentale senza mai riuscirci appieno. “Mi sono trovato in una radura. Per chi è tutta questa bellezza? Nessuno a vederla. Questo la rende ancora più bella.” Il viaggio che Sokurov ci propone è immerso in uno stato di perenne ricerca di senso. La fotografia qui si muove, subisce una rifrazione, un velo che ci viene posto come un velo sulla realtà. E questo drappo Sokurov lo fa cadere solo per brevi istanti, momenti in cui la realtà in un modo o nell'altro cerca di farsi comprendere. Il velo si risolleva perché non possiamo comprendere tutto. Siamo dunque in una casa buia, un museo vuoto dove le pareti sono coperte da quadri di artisti fiamminghi e olandesi: la torre di babele, un paesaggio di campagna, una nave che fa ritorno a casa. L'ammirazione per l'immortalità dell'arte e della storia Sokurov le contrappone alla volatilità della vita, ammirazione possibile in Elegia di un viaggio grazie ad un generoso raggio di luna.

Quello di Sokurov non è solo il cinema del tedio, del dolore, della riflessione. Il suo cinema nutre dall'interno, accende stati assopiti ma da sempre esistenti e questo lo rende intrinsecamente umano e vicino. E se con un po' di presunzione Aleksandr Sokurov ha dichiarato che “al film non serve lo spettatore, è lo spettatore che ha bisogno del film”, visionata la sua filmografia anche dopo innumerevoli volte, non possiamo far altro che dargli ragione.

Avete già visto il film? Lo andrete a vedere? Condividete l'opinione di Luca o siete di un altro parere? Lasciateci un commento con i vostri pensieri sotto!

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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