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#Al di là delle montagne: tornare alle origini è un imperativo

AL DI LÀ DELLE MONTAGNE

 
regia: Jia Zhang-ke
fotografia: Nelson lik-way Yu
sceneggiatura: Jia Zhang-ke
montaggio: Matthieu Laclau
sonoro: Yoshihiro Hanno
cast: Zhao Tao, Zhang Yi, Liang Jing-Dong , Dong Zijian, Sylvia Chang
 
anno: 2015
nazione: Cina, Francia. Giappone
produzione: Bim
distribuzione: Bim
genere: Drammatico
data uscita in Italia: 5 maggio 2016
durata: 131 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Presentato al festival di Cannes 2015, Al di là delle montagne riprende e sottolinea temi centrali all'interno del cinema orientale degli ultimi anni. Un film che innesca la riflessione su una porzione di mondo così distante e così diversa.

Liangzi e Zhang, entrambi innamorati di Tao, pongono la donna oggetto della contesa sull'orlo di una scelta che porta il rifiutato Liangzi a cambiare città. Al suo ritorno, dopo 15 anni di assenza, Tao e Zhang hanno divorziato ed hanno un figlio, Dollar, prossimo al trasferimento in Australia. Nel 2025, Dollar è ormai un ragazzo sveglio, che non trova interessi in Oceania e desidera vivere la propria libertà e mantenere vivo il ricordo di sua madre cercando di riavvicinarla con l'incoraggiamento di un'insegnante di lingua cinese che raccoglie le macerie del suo matrimonio.

 

Jia Zhang-ke confeziona una pellicola complessa, articolata e per certi versi sperimentale; da de-costruire pezzo dopo pezzo.

Diviso in tre parti, il film mostra quello che viene erroneamente fatto passare come un prologo a capo della storia; la presentazione dei personaggi e il fulcro dell'intero sistema registico. La prima parte è appoggiata sullo schermo in un formato 4:3, un grosso rettangolo centrale delimitato dai bordi neri lateralmente. Zhang-ke concentra le dinamica in uno spazio ristretto, corposo e traboccante di senso, di cultura. In due parole: l'oriente. La tradizione, i colori, i modi di fare; i personaggi si muovono nello stesso contesto che ha dato loro la vita.

 

La vicenda si snoda e passa dal 1999 al 2014. Lo schermo si dilata, si perde la concentrazione dell'immagine che viene spesso frammentata in alcuni squarci sfocati, incomprensibili ed estranei. Se durante la proiezione si è in grado di frugare nella testa del regista, ben presto si capisce come la trama vera e propria sia poco più che superflua ai fini del messaggio che Zhang-ke cela nella sua pellicola.

Nell'ultima parte, la tensione che inizialmente era messa su un secondo piano (vedi le accese dispute tra i due spasimanti) ora è sempre sotto l'obiettivo. Lo schermo è preso per intero solo ora. Il cinema mostrato nel colpo di coda del regista è fruibile, semplice, sotto gli occhi dei più; semplicemente è occidentale. L'Australia del 2025 è popolata da molti cinesi. I cinesi in questione spesso non parlano neanche la propria lingua originaria. Suggestiva la sequenza in cui padre e figlio necessitano di una mediatrice, frammentazione incarnata della cultura orientale degli ultimi decenni. Numerosi primi piani, appiattimento dell'immagine sugli “obliatori” che vagano su sentieri estranei pur credendo d'essere a casa.

 

Perché Zhang-ke, diciamolo, è qui che vuole andare a parare. Seguendo la scia di molti registi orientali, come Tsai Ming-Liang e Apichatpong Weerasethakul, sottolinea l'importanza delle sue origini e tradizioni. La critica è rivolta a quei suoi conterranei che osservano l'occidente al centro del mondo, lo raggiungono e in esso si lasciano scomporre per sempre. La fuga dalla vita e nella vita non fa parte dello spirito orientale. Se con i registi citati si è reso necessario mostrare l'anti-cinema della stanchezza e dell'attesa, Zhang-ke è stato in grado di far trapelare lo stesso messaggio facendo scorrere le sue immagini più velocemente. Tutto ciò è mostrato con tecnica registica sorprendente, fotografia multiforme che sembra adattarsi ai contesti dei tre differenti periodi, e infine eleganza e sobrietà nella sceneggiatura che non presenta quasi mai problemi.

 

Un film che non possiamo comprendere a pieno poiché sprovvisti del fattore culturale primario, tuttavia una visione a nostro parere obbligata e necessaria.

Avete già visto il film? Lo andrete a vedere? Condividete l'opinione di Luca o siete di un altro parere? Lasciateci un commento con i vostri pensieri sotto!

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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