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#Julieta: Almodòvar trasformista e il dramma silenzioso

JULIETA

 
regia: Pedro Almodòvar
soggetto: Alice Munro
fotografia: Jean-Claude Larrieu
sceneggiatura: Pedro Almodòvar
montaggio: Josè Salcedo
musiche: Alberto Iglesias
cast: Emma Suàrez, Adriana Ugarte,Sara Jiménez, Priscilla Delgado, Rossy de Palma, Michelle Genner, Inma Cuesta, Dario Grandinetti
 
anno: 2016
nazione: Spagna
distribuzione: Warner Bros
genere: drammatico
data uscita in Italia: 26 maggio 2016
durata: 99 min
giudizio complessivo: 
impegno:  

Dal 26 maggio nelle sale italiane Julieta, l'ultimo dramma di Almodòvar venuto fuori a bocca asciutta da Cannes. Non potrete aspettarvi temi d'identità di genere, di cambi di sessualità e quant'altro. Il regista spagnolo si propone come un irriconoscibile innovatore di se stesso.

Julieta è una professoressa che decide di riscrivere il suo passato, riportato alla mente dall'incontro con Beatriz, l'amica d'infanzia di sua figlia Antia. A quest'ultima è dedicata l'intera narrazione, dall'incontro con il suo primo compagno, il padre di Antia, all'improvvisa fuga spirituale della figlia diciottenne, in cerca di se stessa e della pace, lontana da sua madre e dai silenzi mantenuti per anni.

Almodòvar: o lo si ama, o lo si odia. Questa volta però il regista confeziona una pellicola in grado di mettere tutti d'accordo. Almodòvar si lascia dietro le solite tematiche, le solite vesti di trasgressore, d'irritante canterino del fastidioso, l'uccellaccio che fa cambiare il piumaggio ai suoi personaggi.


 

Julieta è un dramma del silenzio, un unico dramma portato avanti da una serie infinita di drammi più tenui. Nessuno si strugge, al massimo si soffre in silenzio. I patetismi, se ci sono, sono pochi ma parecchio irritanti. La prima metà del film si perde in se stessa. Si percepisce una certa sciatteria, troppa voglia di raggiungere il punto senza curare la strada per arrivarvi. Per usare le parole di un noto filosofo danese, la prima metà del film è come la carne di tartaruga, non sa di nulla. Per fortuna, quando si è sul punto di dire che Almodòvar non è in grado di uscire dal cinema che lui stesso ha fondato, la confezione si dà una mano autonomamente, torna a galla con prepotenza.

Il dramma Almodoviano questa volta ha un unico motore:l'amor proprio,l'ego. In Julieta, in fondo, tutti sono in rapporto con tutti ponendo se stessi come centro gravitazionale, un'infinità di colonne portanti di marzapane pronte a sgretolarsi in fretta, e solo nella caduta c'è l'intesa dell'altro. E nel crollo generale s' intravede il crollo umano, sorretto dall'assenza dell'ironia (solita in Almodòvar) e lo slancio del ricordo. Quest'ultimo riempie gran parte del melodramma. La pellicola ottiene il suo slancio attraverso la distruzione controllata del rapporto madre-figlia, qualcosa di già visto ma trattato con i guanti di velluto. Si fugge, si fa soffrire, si perde e poi si soffre. Il regista ci propone un inevitabile ciclo vitale, sinistro e melodrammatico, quanto mai reale. Intelligente ed elegante il finale, l'inconcludenza è l'unica via accettabile e possibile per un disegno tanto sottile e profondo. Impossibile trovare un vero fine.

Forse si poteva far a meno di suicidi e gelosie spicciole. Forse, per mettere un punto finale, Almodòvar ha saggiamente deciso di non essere più Almodòvar, di dare un taglio netto al suo cinema e prendere una boccata d'aria, ancora un po' incerta e insipida, ma ci si può lavorare. Piena sufficienza.

Avete già visto il film? Lo andrete a vedere? Condividete l'opinione di Luca o siete di un altro parere? Lasciateci un commento con i vostri pensieri sotto!

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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