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#In nome di mia figlia e i padri risoluti

IN NOME DI MIA FIGLIA
 
regia: Vincent Garenq 
fotografia: Renaud Chassaing
sceneggiatura: Vincent Garenq, Julien Rappeneau
montaggio: Valérie Deseine
musiche: Nicolas Errèra
cast: Daniel Auteuil, Sebastian Koch, Marie Josée Croze , Jean-Pol Brissart, Wolfgang Pissors
 
anno: 2016
nazione: Francia, Germania
produzione: LGM Productions, Black Mask Productions, StudioCanal, TF1 film Production
distribuzione: Good Films
genere: drammatico
data uscita in Italia: 9 giugno 2016
durata: 87 min
giudizio complessivo: 
impegno:  

Tratto da una storia vera, In nome di mia figlia è un articolo di cronaca nera filmato, una pila di giornali tradotti in film che rievocano una chimera senza punti deboli: la burocrazia.

Kalinka, figlia di André Bamberski, muore durante una vacanza con sua madre e il suo compagno Dieter Krombach in Germania. André, dopo gli esiti dell'autopsia, alimenta dei sospetti che lo portano a far aprire un procedimento giudiziario nei confronti di Krombach, il presunto assassino.

Se l'idea di partenza di Garenq fosse quella di mostrare l'asfissia della lentezza giudiziaria, potremmo parlare di risultato soddisfacente. Meno, certamente, da semplici spettatori da più genuino dramma. Sempre sottotono, il film-scartoffia è un cumulo di nozioni, lettere giudiziarie, sentenze e ricorsi. In nome di mia figlia è una biografia che dimentica di approfondire il dramma. L'importante è farsi ascoltare dalle autorità competenti. Liquidando l'angoscia con un paio di pianti isterici, il regista francese non eccelle neanche dal punto di vista tecnico. Il giallo dalle vesti drammatiche incuriosisce per una prima metà; il resto è una vera e propria telefonata allo spettatore che non aspetta altro se non i titoli di coda, dove sullo schermo nero ci saranno un paio di notizie lampo sulla fine di questi disgraziati personaggi.

Garenq confeziona una pellicola che faremmo fatica a distinguere anche tra una fiction e l'altra, in prima serata, su Tai Uno. L'unica nota di merito va a Daniel Auteuil, unico interprete sulla scena a tirare il morso e trascinare tutta la carrozza verso la conclusione. Lo stesso non si può dire di Marie- Josée Croze che avevamo già visto ( proprio assieme a Auteuil) ne Le confessioni di Roberto Andò. Non è chiaro se il ruolo della bella donna svampita, sempre un momento in ritardo rispetto altri, sia un ruolo richiesto o se sia frutto della sua (insoddisfacente) scelta interpretativa.

Pellicola che non conquista la sufficienza su nessun fronte.

Avete già visto il film? Lo andrete a vedere? Condividete l'opinione di Luca o siete di un altro parere? Lasciateci un commento con i vostri pensieri sotto!

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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