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#Paradise. Il leone d'argento firmato Konchalovsky

PARADISE

 
regia: Andrei Konchalovsky
fotografia: Aleksandr Simonov
sceneggiatura: Andrei Konchalovsky, Elena Kiseleva
montaggio: Ekaterina Vesheva
musiche: Sergey Shustitskiy
cast: Yuliya Vysotskaya, Christian Clauss, Philippe Duquesne, Peter Kurth,Jakob Diehl, Viktor Sukhorukov, Vera Voronkova, Jean Denis Römer, Ramona Kunze-Libnow, Caroline Piette
 
anno: 2016
nazione: Russia, Germania
produzione: DRIFE Productions, Production Center of Andrei Konchalovsky
distribuzione: n.d
genere: drammatico
data uscita in Italia: n.d
durata: 130 min
giudizio complessivo: 
impegno:  

Vincitore del secondo premio a Venezia, il leone d'argento di Konchalovsky, premiato ex aequo con Animali Notturni di Tom Ford, Paradise illumina la sala del cinema Apollo di Milano durante il classico appuntamento de “Le vie del cinema”. Abbiamo visionato il film del regista russo, un dramma storico di luci ed ombre.

Tre filoni s'intrecciano raccontando, da punti di vista paralleli, tre differenti visioni della seconda guerra mondiale. Un'aristocratica russa finita nei guai per l'aver aiutato due bambini ebrei, un poliziotto francese collaborazionista che compie il lavoro sporco per conto delle SS nel suo paese e un nobile ufficiale tedesco incaricato da Himmler stesso per la gestione di un campo di sterminio.


 

Paradise è a tutti gli effetti un buon prodotto da festival, una sinfonia semi-corale filmata in bianco e nero (quest'anno, per qualche strana ragione l'assenza di colore è tornata di tendenza) suonata da quel menestrello che è Konchalovsky. La pellicola del regista russo deve certamente fare i conti con la materia che manipola, questa conosciuta, trattata per anni e anni, servita al cinema in tutte le salse possibili. Parlare oggi di guerra, comunicare novità sul più importante periodo storico degli ultimi secoli al cinema è una missione spesso suicida, che in questo caso emerge dalle trincee con alcuni graffi, ma viva e vegeta.

Konchalovsky obbliga i suoi personaggi ad un interrogatorio post mortem. Il confessionale asettico si fa carico delle coscienze dei tre, dei rimorsi, dei dubbi sull'operato e dei desideri più profondi andati in frantumi con il decesso. Ottima dunque la frammentazione del filo logico del discorso; viene a comporsi una sorta di falsetto dalle tonalità documentaristiche.

La grande messa in scena artistica di Andrei Konchalovsky ha il grande pregio di non soffermarsi più del dovuto sul concetto morboso di “sofferenza da campo”, tema assolutamente importante, certo, ma già visto forse centinaia di volte. Allora bellissimo è il disfacimento di quella morale distorta ma suprema, la nascita e la morte di quell'Übermensch, il superuomo di Nietzsche (o ciò che di esso erroneamente trapela nelle ideologie naziste) che si deteriora con l'analisi delle proprie fattezze fasulle nel mondo, attraverso la poesia e la letteratura che pongono l'essere umano in ginocchio, sanguinante e con gli occhi al cielo. E se tutto questo ci viene mostrato dall'ufficiale tedesco, il collaborazionista francese dà corpo, nome e baffi alla paura, al terrore e all'ipocrisia che regnano umane nel desiderio di vivere a oltranza, con i paraocchi, senza guardare il male proprio dietro la porta di casa e perché no, seduto in salotto a bere tè.

La vicenda della bellissima donna russa fa da colonna portante all'intera narrazione, mostrando la banalità e gli intrecci che dirigono le esistenze all'interno o all'esterno di una recinzione. Fin qui tutto benissimo. Forse troppo ha voluto il regista russo sul termine della pellicola, quando trova necessario nel suo operato dare voce e moto ad un Dio interrogatore, trasformando quel suo bell'ufficio da interrogatorio esistenziale in un tribunale divino, classico e di derivazione cattolica, pretendendo dalla sua confezione un finale lucente, un nodo ai suoi tre fili di spago borioso e trionfale.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare, e Cesare ha portato a casa un premio per la miglior regia tutto meritato.

Avete già visto il film? Lo andrete a vedere? Condividete l'opinione di Luca o siete di un altro parere? Lasciateci un commento con i vostri pensieri sotto!

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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