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#The woman who left: Io, un sedile e Lav Diaz

THE WOMAN WHO LEFT

 
regia: Lav Diaz
soggetto: Lav Diaz
fotografia: Lav Diaz
sceneggiatura: Lav Diaz
montaggio: Lav Diaz
cast: Charo Santos-Concio, Jean Judith Javier, John Lloyd Cruz, Kakai Bautista, Lao Rodriguez, Mae Paner, Marj Lorico, Mayen Estanero, Michael De Mesa, Nonie Buencamino, Romelyn Sale, Shamaine Buencamino
 
anno: 2016
nazione: Filippine
produzione: Sine Olivia, Cinema One Originals
distribuzione: N.d
genere: drammatico
data uscita in Italia: N.d
durata: 226 min
giudizio complessivo: 
impegno:  

Non abbiamo perso l'occasione di visionare il discusso leone d'oro del filippino Lav Diaz, un film tormentato e tormentate, una pellicola che complica indiscutibilmente il lavoro di qualsiasi operazione critica.

 

Lav Diaz crea in sala, in ogni sala, una certa atmosfera di terrore. Si capisce già, quando ci si siede al proprio posto, che la proiezione del film The woman who left non sarà una proiezione come tante altre. Siete lì seduti e se vi guardate in giro potete notare l'irrequietezza sui visi degli altri spettatori. Qualcuno scherza :”Ce la faremo? Ne usciremo vivi?”. Le perplessità e i dubbi derivano dalla durata della pellicola, quasi quattro ore piene. E le quattro ore in questione non le riempie di certo un action movie, ma un artista che fa della realtà assoluta il suo asso nella manica.

“Il cinema è la vita con le parti noiose tagliate”, questo è quanto diceva quel gran signore di A. Hitchcock. Lav Diaz, intuiamo, non è assolutamente d'accordo.

Per quanto se ne voglia dire, la trama è uno spartito, sì lungo, ma semplice e armonioso. Il filippino non manca nell'inserimento di alcuni snodi ermetici, d'intuizione non immediata; nel complesso la storia si lascia scoprire bene.

Horacia è una donna incarcerata ingiustamente per opera di un ricco capo della malavita filippina, messa in libertà dopo trent'anni di reclusione. Ritrovata sua figlia ormai adulta e venuta a conoscenza della scomparsa di suo figlio, Horacia si mette sulle tracce del boss Rodrigo per ottenere la sua vendetta, stringendo nella nuova sconosciuta cittadina amicizie con viandanti e venditori ambulanti.

Inutile dire come una trama del genere, diluita in quattro ore di proiezione, vada ad inglobare fatti, sequenze e vicende secondarie degne di trame a parte, che godono di vita propria.

Accettata la propria resa nei confronti del filippino e accettato il fatto che per quattro ore buone non ci si potrà sgranchire gambe, schiena e collo, siamo immersi di peso in un quadro realista in bianco e nero, che riporta (con una fotografia straordinaria) i ritmi della vita comune, le attese e i silenzi più umani.

Diaz ci racconta una fiaba, una favola incompleta, un quasi cerchio perfetto mai sbavato che tuttavia non riesce a chiudersi. Le storie raccontate da Horacia non hanno mai fine. C'è sempre alto quando si arriva al punto cruciale, così come nelle vite dei personaggi di Lav Diaz c'è il concetto d'incompletezza. Un bovarismo minimalista di razza filippina scandito dall'impossibilità di potersi sedere più di un quarto d'ora su un giaciglio, in pace, pensando d'essere a posto con se stessi e con il proprio operato. L'ordine appena ricreato con fatica crolla per la mancanza di qualcuno o di qualcosa, diversi individui mancano all'appello di Diaz;da qui nasce il peso posto sulla sua bilancia. Per Horacia il perdono, la vendetta e le nuove amicizie pongono solo l'accento sull'assenza di suo figlio. Non c'è pace per le sagome di The woman who left, non c'è pace per lo spettatore, non c'è pace per Diaz probabilmente che seppure scarnito dalle sue più dilatate parentesi poetiche, porta a Venezia un film difficile da mandare giù per sforzo e fatica richiesta.

The woman who left è uno di quei film che di stelline se ne fa poco o nulla, di cui anche chi si trova a dover comporre una critica se ne fa poco o nulla. Pur nascondendo intrinsecamente un ottimo messaggio, pur essendo girato con tecnica minuziosa e fotografia venerabile, la pellicola filippina (prima a vincere un leone d'oro) si porta dietro una pesante matassa fatta di superfluo, appare come un progetto logorroico che poteva certamente subire una serie di tagli senza perdere il suo potere “reale”. Non c'è volontà di cadere su quella che potremmo definire filosofia del cinema (seppure lecito dovrebbe essere) e in fin dei conti sta al singolo spettatore chiedersi cosa cercare nel cinema e perché cercare. Lav Diaz rende estremamente sottile il confine tra cinema e realtà, riportando i tempi e i cicli quotidiani senza filtri.

La discussione è più che aperta e forse una vera risposta non la si troverà mai. Al termine della pellicola di Diaz si ha la sensazione d'aver dato tanto di sicuro, d'aver ricevuto in cambio qualcosa anche, forse in misura leggermente minore.  

Avete già visto il film? Lo andrete a vedere? Condividete l'opinione di Luca o siete di un altro parere? Lasciateci un commento con i vostri pensieri sotto!

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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