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#È solo la fine del mondo

È SOLO LA FINE DEL MONDO

 
regia: Xavier Dolan
soggetto: Jean-Luc Lagarce
fotografia: André Turpin
sceneggiatura: Xavier Dolan
montaggio: Xavier Dolan
musiche: Gabriel Yared
cast:  Léa Seydoux, Marion Cotillard, Vincent Cassel, Gaspard Ulliel, Nathalie Baye
 
anno: 2016
nazione: Canada, Francia
produzione: Sons of Manual, MK2 Productions, Téléfilm Canada
distribuzione: Lucky Red
genere: drammatico
data uscita in Italia: 7 dicembre 2016
durata: 97 min
giudizio complessivo: 
impegno:  


La lunga attesa finisce. I sostenitori dell'enfant prodige Xavier Dolan possono cominciare l'adunata. Dopo il gran premio della giuria conquistato al festival del cinema di Cannes, È solo la fine del mondo, distribuito dalla Lucky Red, è nelle sale italiane dal 7 dicembre.

Louis è un giovane scrittore di successo, andato via di casa giovanissimo per vivere la propria vita lontano dalla sua famiglia. Dopo 12 anni torna tra le mura domestiche, ritrovando sua madre, la sorella quasi sconosciuta, suo fratello maggiore e la timida moglie. Il ritorno di Louis è però dovuto ad una notizia importante da comunicare ai suoi cari, scossi da forti emozioni che rendono i dialoghi nevrotici e spasmodici.

 

Sono un gran sostenitore di Xavier Dolan, non ne faccio un segreto. Tuttavia questa volta con molta premura mi sono accostato alla visione di Juste la fin du monde, con paura ed un pizzico di speranza. Dolan viaggia sempre sull'orlo del baratro della sconclusionatezza estetica e dei suoi ricorrenti temi ossessivi: il rapporto madre-figlio e l'omosessualità. Juste la fin du monde riprende tutto ciò a blocco, certo, ma questa volta il regista si supera, finalmente.

Dolan legge la piece teatrale “È solo la fine del mondo” di Jean Luc Lagarce sotto suggerimento di Anne Dorval. La prima lettura non lascia traccia nel giovane regista canadese che torna sull'opera solo dopo Mommy, pensando il testo teatrale come un film. Importante per gli scopi di Dolan è il coinvolgimento di Gabriel Yared, compositore delle bellissime musiche del film.

Il giovanissimo e prodigioso canadese crea un perfetto connubio tra immagini e suoni, ma questa non è poi una novità. Nel cinema di Xavier Dolan le immagini hanno vita propria. Juste la fin du monde solletica il palato dello spettatore rilasciando nostalgia catartica; restituisce la sensazione di un passato che all'interno della pellicola non vediamo affatto se non in un paio di frammenti lampo, che sentiamo nell'aria come la scia di un buonissimo e distante profumo. Non ci sono troppe parole da spendere qui per l'estetica di Dolan, così come per la regia; il rischio è quello di parlare dell'ovvio.

Louis è un puntatore direzionato scena dopo scena contro ognuno dei quattro personaggi presenti in casa. Ognuno dei confronti cruciali avviene singolarmente in separata sede, lasciando ai momenti comuni, quelli a tavola o in cucina mentre si prepara il pranzo, il tempo per le vacuità, i balletti imbarazzanti imparati a lezione di aerobica e le storie di cattivo gusto che fanno ridere solo il burbero Antoine. Louise spezza il precario equilibrio della sua famiglia che si presenta totalmente incapace di gestire l'importante ritorno e le emozioni ad esso annesse.

È solo la fine del mondo va liberato e salvato dall'accusa di autoreferenzialità.

Si, c'è il solito intreccio edipico. Louis (Gaspard Ulliel) ama sua madre e lei (Nathalie Baye) venera ogni molecola dello sfuggente e malinconico figliol prodigo. Ma il copione prende una svolta nuova, forse si arriva ad un punto di non ritorno. Dolan filma un “clampaggio del cordone ombelicale”, un'evasione dell'abbraccio materno senza precedenti nel suo percorso. L'abbandono del nido, seppure mostrato con la solita turbolenza, è un importante punto rigenerativo, con tutti gli scongiuri del caso per un eventuale passo indietro.

Il dialogo con la sorella Suzanne ( Léa Seydoux) è il meno interessante. Quando capiamo che si sballa, che venera l'icona di suo fratello di cui conosce solo ciò che le è stato raccontato, e che ama e odia sua madre come ogni teenager possiamo smettere d'occuparci di lei. Più interessante è il caso di Antoine (Vincent Cassel), fratello maggiore sempre scontroso che vive il complesso d'inferiorità per via di Louis, sfogando tutte le sue ire sulla disgraziata moglie Catherine (Marion Cotillard). Lei, giovane madre dallo spirito candido e ingenuo, sembra essere l'unica all'interno della casa a sapere bene cosa accade in ogni momento; conosce i tempi di ricongiunzione tra i fratelli, li spinge alla riappacificazione e poi li frena per evitare la catastrofe.

 

L'impossibilità d'arrivare al nocciolo della sua visita logora l'uomo forse già morto che è Louis, stanco di quell'oppressione familiare che dodici anni addietro lo hanno allontanato da casa. C'è incomunicabilità palpabile. Louis continua però ad amare i suoi familiari e, come gli suggerisce sua madre, deve spingerli ad osare perché meritano una vita diversa. E lui ci prova, ma questa diversità non fa che mordersi la coda. La fine del mondo non è lontana da casa, è al suo interno, è il materasso sui cui Louis giaceva con il suo fidanzato, è la finestra della stanza che porta ancora l'orma del suo amore giovanile.

La catastrofe arriva perché Antoine e sua moglie sembrano conoscere il segreto di Louis (non specificato mai durante tutto il film ma di semplice intuizione). Si giunge così alla sequenza finale, l'esplosione Dolaniana del dramma scritto da Lagarce, snodo in cui gli spasmi e l'angoscia sono visibili sui visi di tutti. Qui il plauso va agli attori che danno vita ad una elettrizzante e febbrile resa dei conti, fatta di lacrime e sudore. Evitabile il simbolismo finale che mostra un uccello uscire da un orologio a cucù per poi stramazzare al suolo. Risulta superfluo, sopra le righe e artificiale.

Turpìn, scelto per la direzione della fotografia (come nel precedente Mommy), sfuma le bellissime sagome con la solita fotografia accesa, spesso irradia lo schermo con bagliori esagerati che rendono l'idea di nostalgia e lontananza sulla scena. Il canadese stordisce con le urla e impressiona con il solito raffinata gusto musicale. Dolan firma una conferma dal punto di vista tecnico ed una svolta sul piano drammaturgico.

Avete già visto questo film? Lo andrete a vedere? Condividete l'opinione di Luca o siete di un altro parere? Lasciateci un commento con i vostri pensieri sotto!

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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