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#Alps e la nouvelle vague greca

ALPS 

regia: Yorgos Lanthimos
fotografia: Christos Voudouris
sceneggiatura: Yorgos Lanthimos, Efthymis Filippou
montaggio: Yorgos Mavropsaridis
cast: Ariane Labed, Aggeliki Papoulia, Aris Servetalis, Johnny Vekris 
anno: 2011
nazione: Grecia
distribuzione: Phoenix International Film
genere: drammatico
data uscita in Italia: 28 dicembre 2016
durata: 92 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Per i fortunati, in alcune sale italiane potrete vedere dal 28 dicembre “Alps”, il secondo lungometraggio del regista greco Yorgos Lanthimos.

Un'infermiera, una ginnasta, il suo maestro ed un uomo di cui si sa poco e nulla; assieme sono le alpi. Lo strano gruppo si riunisce in una palestra e porta avanti la macabra e clandestina attività che sostituisce le persone defunte per chi lo richiede, incarnando abitudini, gesti e modi di fare di chi non è più in vita, nascondendo il dolore di vedovi e famiglie che hanno perso figli.

 

Alps è targato 2011 ed è una bella sorpresa trovarlo in alcune sale. Il problema è che sia una sorpresa, un regalo di natale di una singola distribuzione, nulla di più.

Con Alps, Lanthimos porta avanti il discorso familiare già cominciato con Kynodonthas. Impasta il suo cinema con la stessa freddezza cerebrale e richiede ancora una sforzo non indifferente nello spettatore. La confezione si schiera nel contesto della nuova corrente greca, cinema critico e crudo che ha trovato consenso anche in altri paesi europei, l'Austria su tutti probabilmente.

Se Kynodonthas de-costruiva la logica familiare dall'interno con una micro società circuente e dittatoriale, Alps fa l'esatto contrario. La spinta giunge dall'esterno. Gli attori che prendono i nomi delle alpi, come “monte rosa” e “cervino” sono gusci vuoti che si lasciano riempire su commissione, come formati dalla scuola di Stanislavskij senza aver appreso nulla.

Le famiglie distrutte accolgono in casa degli automi, che ripetono come mangianastri frasi tipo. Lanthimos scarnifica l'immedesimazione non per lanciare in modo sciatto il concetto dell'impossibilità di sostituire qualcuno (cosa che all'interno del film avviene con successo, creando una nuova logica a cui dobbiamo fin dall'inizio del film dare costante fiducia), ma per ridurre all'osso l' individuo, costruendo sagome che di proprio non hanno nulla. La nuova tragedia greca è il mitema della non-emozione, uno scarto che va a giustificare l'asettico genere di ripresa. Fotografia algida che non è in grado di comunicare nessun tipo di stato, così come le inquadrature statiche.

Il personaggio della ginnasta, con il costante desiderio di danzare su una musica più “pop”, è l'unico tassello bianco nell'intero mosaico nero di Lanthimos. A volte incapace di ripetere frasi banali nei panni di una giovane nipote che fa un regalo a suo nonno, sul finale riesce finalmente ad ottenere un pezzo pop, fuggendo solo parzialmente da questo universo sprovvisto di sensibilità ricostruito dal regista greco.

Questo genere di cinema a tratti pesante e intellettualoide (presuntuoso, se volete), come un gran esperimento filosofico messo su pellicola, viene impreziosito e salvato dalla bellezza della messa in scena, in grado di nascondere i buchi lasciati da quello che può sembrare un tutto fumo e niente arrosto.

Avete gia' visto il film? Lo andrete a vedere? Condividete l'opinione di Luca o siete di un altro parere? Lasciateci un commento con i vostri pensieri sotto!

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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