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#Quando a "Camelot" restò solo Jackie

JACKIE 

regia: Pablo Larraìn
fotografia: Stéphane Fontaine
sceneggiatura: Noah Oppenheim
montaggio: Sebastián Sepúlveda
musiche: Mica Levi
cast: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, John Hurt, Billy Crudup, Greta Gerwig, Max Casella, Beth Grant
 
anno: 2016
nazione: Stati Uniti, Cile
produzione: Bliss Media, Fabula, LD Entertainment
distribuzione: Lucky Red
genere: drammatico, biografico
data uscita in Italia: 23 febbraio 2017 
durata: 99 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

Dopo il successo di Neruda, Pablo Larraín torna alla carica nelle sale italiane con Jackie, il film biografico sulla vita della first lady moglie di John Fitzgerald Kennedy, mostrando sullo schermo le vicende successive all'attentato del 22 novembre 1963 che costò la vita al presidente degli Stati Uniti. Presentato al festival del cinema di Venezia, in sala dal 23 febbraio.

 

Intervallato dai frammenti di un'intervista complessa e liberatoria, Jackie narra gli eventi che seguirono la morte del presidente JFK e le difficili decisioni che Jaqueline Kennedy fu costretta prendere in un momento di grande dolore, assediata dalla paura, dal rimorso e l'incertezza.

 

Cosa possa aver avvicinato Larraín al desiderio di mettere in scena un film sulla vita di Jackie Kennedy resta per me un vero mistero , nonostante qui di seguito troverete solo belle parole per la sua ultima opera. A conti fatti, quello del cileno è un percorso registico fino ad ora mai sbavato, virtuoso ed incredibilmente poliedrico. Oggi mi fiderei di Larraín anche se dovesse proporsi per il sequel di Space Jam, per intenderci.

Va gettata dell'acqua sulle lingue infuocate che incriminano Jackie come un teatro di posa per la Portman e per i costumisti che hanno pervaso le scene con tailleur appariscenti. Il perpetuo senso d'ovattato non è una copiosa otturazione estetica, ma l'ago della bilancia che indica il contrasto assoluto tra il grande potere di cui le mura della casa bianca sono imbibite e il dolore umano non contenibile, neanche da quelle larghe e potenti braccia offerte della posizione di first lady. Un venir fuori dallo schermo che Larraín suggerisce in prima battuta con tocco estetico, e che pian piano eviscera come pochi sarebbero stati in grado di fare.

 

Il regista cileno delega potere esecutivo al primo piano. Numerose le inquadrature riempite con il solo volto della Portman. Larraín elabora una messa tra parentesi di ciò che è già noto, un'esclusione di informazioni sulla storia che è resa possibile dall'eco informativo pre-esistente nello spettatore. Senza perdere tempo con l'introduzione del personaggio di Jackie e il suo dimensionamento all'interno della vicenda, il regista ci offre il viso della Portman per poi negarlo la sequenza successiva con un dinamico effetto a fisarmonica, straordinariamente umano, che ci lascia solo credere d'aver agguantato la psiche dolorante della donna, convinzione da smantellare poco dopo perché mai un terzo è in grado di patire un dolore umano estraneo.

 

Natalie Portman si rende l'atlante che sorregge la volta del progetto di Pablo Larraín. La fatica dell'attrice potrebbe anche non piacere. Marcato il suo disorientamento, il sussurrio flebile e la tranquillità smorta, decadente e meravigliosamente minimalista. Forse sta qui il grande successo di Jackie, ovvero la traslazione di un'icona televisiva all'interno di una forma reale, lontana dalle apparizioni mediatiche e giornalistiche.

Jackie agisce nell'era in cui il grande media televisivo va ad ingigantirsi a macchia d'olio. Grava sulla vedova il dovere d'immortalare con una grande parata il presidente JFK, suo marito e il padre dei suoi figli, il re Artù che con la propria morte ha lasciato sua moglie sola tra le mura di Camelot. Resta solo un vecchio disco di un musical imbarazzante caro al presidente e il taccuino di un giornalista con l'impossibilità di ingozzare uno striminzito articolo con il microcosmo nascosto all'interno di Jackie.

Avete gia' visto questo film? Lo andrete a vedere? Condividete l'opinione di Luca o siete di un altro parere? Lasciateci un commento con i vostri pensieri sotto!

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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