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#Barriere: Quel teatro che sa rivivere nel cinema

FENCES

 
regia: Denzel Washington
fotografia: Charlotte Bruus Christensen
sceneggiatura: August Wilson
montaggio: Hughes Winborne
musiche: Marcelo Zarvos
cast: Denzel Washington, Viola Davis, Mykelti Williamson, Saniyya Sidney, Russell Hornsby, Jovan Adepo, Stephen Henderson
 
anno: 2016
nazione: Stati Uniti
produzione: Bron Creative, MACRO, Paramount Pictures, Scott Rudin Productions.
distribuzione: Universal Pictures International Italy
genere: drammatico 
data uscita in Italia: 23 febbraio 2017
durata: 139 min
giudizio complessivo: 
impegno: 

L'ultimo film di Denzel Washington candidato agli oscar. Un perfetto connubio tra piece teatrale e cinema. Dal 23 febbraio Barriere nelle sale italiane. 

Troy è un netturbino afroamericano nella Pittsburg degli anni 50, padre padrone ciarliero dai ritmi vitali scanditi dalla sua monotona esistenza. Combatte con gli altri e con se stesso, ombrando i suoi affetti con la sua mastodontica presenza da tiranno.

Ci sono film, frutti di tentativi curiosi, che mettono in crisi il rapporto tra cinema e teatro, mostrando le due arti indipendenti e a se stanti, assolutamente incompatibili (vedi l'ultimo Macbeth). Vi sono poi altri film in grado di limare le divergenze liminari, andando a creare uno spazio di mezzo, una terra di confine curiosa e affascinante, un lido nascosto in cui “presenza” e “tempo” si uniscono allegoricamente,senza cannibalizzarsi, metamorfizzandosi in prodotti che superano ogni aspettativa.Barriere è uno di quei film.

Wilson risulta come sceneggiatore della pellicola, nonostante sia morto prima dell'idea filmica di Denzel Washington. Questo è il primo segno di continuità tra la stesura delle piece The Pittsburgh Cycle di Wilson e il film in questione, dove opera un laborioso Washington che si sporca le mani ben bene un po' ovunque per il suo terzo lungometraggio, scatenandosi in una pellicola che non viene alla luce come tentativo timoroso, ma come una vera e propria cannonata sparata nel cuore della notte.

Barriere esplode in un dramma familiare non appena lo spettatore prende confidenza con il protagonista Troy (lo stesso Washington). Ci lasciamo ammaliare dall'eccentrico netturbino afroamericano ascoltando le sue storie, vere o inventate, mentre torna dal lavoro accompagnato dal fedele amico e collega, che sa prendere in giro se stesso e sua moglie Rose. Troy è il monarca assoluto della sua dimora, che tiene sulle spalle il peso di ogni trave, piastrella o porta guadagnata con fatica e sudore. Un burbero che reprime in se stesso l'odio per i bianchi, che cova l'ira partorita dall'esclusione, tramandata di padre in figlio. Tutto ciò fa da malta per la sua grande barriera, che ha poco a che fare con il recinto a cui comincia a dedicarsi nel week end .

La barriera ideale di Troy non è ingegnata per tenere escluso l'esterno, ma per imprigionare ciò che vi è incluso e recluso. Prigionieri sono i figli, un musicista che nel jazz ha l'unico motivo per cui svegliarsi la mattina e una giovane promessa del football. Entrambi i sogni non sono ben accolti nel cuore di Troy ormai collassante. Un uomo che è un po' formica e un po' cicala. Messi i soldi della paga mensile nelle mani della moglie Rose, la vittima di questo cerchio concentrico che si restringe fino all'asfissia, Troy se ne sta nel suo giardino a cantare la canzone del cane “Blue” e racconta come perfino la morte si sia ritirata dopo le sue minacce. Il “drama”, allungando il passo e prendendo una scorciatoia, si ripresenta alle spalle di Troy con la guardia bassa, in un modo inaspettato. C'è il fratello minorato, il tradimento, la morte dell'amante e le sorti della nascitura. Rose, personaggio del perdono e della redenzione fa da collante con ciò che resta della dimora di Troy, spiritualmente già macerie, prendendo il carico delle colpe carnali di suo marito.

 

Il coro si fa riflesso del perdono, un pezzo blues come unico stadio sonoro di conciliazione tra le parti smembrate della casa di Troy. Sul finale viene intonata Blue dal figlio Cory che, con il magone alla gola, annienta la volontà di non rendere omaggio alla tomba di suo padre e concepisce il suo tiranno come grande vittima, donando la sua assoluzione, spezzando quella catena protratta nel tempo che tramanda le colpe dei padri.

Un tragedia casalinga che si sviluppa su delle marce e cave palafitte, galleggiante sul mare dell'odio sociale degli anni 50. Girato quasi interamente nei confini territoriali dell'abitazione, Barriere produce una claustrofobia montata sapientemente, un tiranneggiare filmico che grava sulla schiena dello spettatore. Una giostra povera e minimale mossa da due interpretazioni magistrali, di Washington e Davis, che profuma di casa e di vite. Un'opera che, fortunatamente, non lascia la nostalgia del sipario.

Avete gia' visto questo film? Lo andrete a vedere? Condividete l'opinione di Luca o siete di un altro parere? Lasciateci un commento con i vostri pensieri sotto!

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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