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#La sindrome del televoto: come i Talent hanno deformato il modo in cui viviamo la musica

Siete davvero bravi! Ma perché non andate a X-Factor?

Credo chiunque abbia mai suonato in gruppo si sia sentito dire frasi del genere, e probabilmente non una volta sola. Reagite con un sorriso forzato, occhiate nervose qualche risatina imbarazzata: potreste provare a spiegare che le vostre aspettative sono altrove; che gli idoli di cui sognate di seguire le orme si sono conquistati il pubblico palco dopo palco, che un musicista serio in televisione è a suo agio come un imam in una salumeria. Ma ci rinunciate, perché sapete già che è inutile: il vostro interlocutore non capirebbe, oppure vi accuserebbe di spocchia, puntualizzando con un sorrisetto che i musicisti per campare devono venire incontro ai gusti del grande pubblico. Insomma, sembra che il formato del talent si sia ormai radicato a fondo nell’orizzonte concettuale degli italiani, al punto da essere considerato non una strada, bensì, la strada che per eccellenza un musicista deve percorrere per arrivare al riconoscimento (al punto che le altre strade diventano scomode alternative, addirittura secondarie). Ebbene, proviamo a riflettere lucidamente sulla cosa: il talent è di fatto l’unica finestra dalla quale l’ascoltatore medio, inteso semplicemente come quello che non ha una passione specifica verso la musica, vede il musicista prima che venga cristallizzato nel successo. Per il resto, l’ascoltatore medio è tendenzialmente passivo: quello che sa sulla musica viene da radio, gossip, chiacchiere; fenomeni che riguardano personaggi “già arrivati”. Non sottovalutiamo la portata di questo fenomeno: l’idea che l’ascoltatore si fa del “musicista emergente” è interamente determinata dal format del talent; è un fatto inquietante perché chi decide cosa è un artista emergente, di fatto decide cos’è un artista di successo. I criteri di giudizio del talent diventano i criteri di ingresso nel mercato musicale (o forse è il contrario? Ne parleremo meglio in avanti). Vale la invece pena di analizzare in che contesto si trova a operare l’artista emergente che tenta la sua strada nel talent (ossia, per la mentalità comune, l’artista emergente per definizione).

Prima di iniziare, diamoci una premessa doverosa. Le critiche ai talent non sono certo una novità, e ci si sono sprecate personalità autorevoli del panorama musicale italiano come Red Ronnie e Mogol, di solito con la retorica superficiale e passatista delle “grandi canzoni di una volta”; se vogliamo fare un’analisi seria, e soprattutto che dica qualcosa di nuovo, dobbiamo comunque tenere a mente che si tratta di spettacolo, di puro intrattenimento finalizzato a fare ascolti, e di per sé questo non è un male. Non ha senso aspettarsi da un programma televisivo un approccio serio alla musica; ma tenendo alla mente la natura commerciale di questi programmi, abbiamo il dovere di capire fino a che punto danneggiano sia il gusto degli ascoltatori, che il ruolo degli artisti, che in questo contesto sono le principali vittime.

Con tutto lo share che fanno potrebbero perlomeno assumere un grafico decente.

E tu pensi di avere l’X-Factor?

Le audizioni in sé dovrebbero essere la parte meno problematica: in fondo tecnicamente può presentarsi chiunque. Ma ancora prima che si sia levata la prima nota emerge un aspetto problematico, che di fatto azzera completamente il valore autonomo dell’artista, ossia la retorica del fattore X. In sostanza, il modello di artista che viene proposto è uno solo: quello di un individuo dotato di un qualcosa, un quid indefinibile che mischia presenza scenica, talento e performance. È un qualcosa che o hai o non hai, senza vie di mezzo, e che definisce a priori il tuo valore; a questo punto, i giudici hanno solo il compito di scovarlo, decidendo chi lo possiede e chi no. Il musicista perfetto, secondo questa visione, è una specie di predestinato, come in una sorta di perversa teologia calvinista; il suo percorso musicale in sé è irrilevante. Il programma non mostra mai quali siano i punti di riferimento, le influenze, la formazione, la crescita, le idee dell’artista. Abbondano invece narrazioni tragiche quali storie di droga, malattie gravi, turbe psicologiche, perdite di cari; e non solo perché il morboso fa notizia, ma anche perché rafforza questa narrazione deterministica: in fondo, se hai il fattore X, la vocazione ti farà fare strada contro ogni avversità. Al contrario, chi è musicalmente preparato risulta artificioso, scontato, addirittura spocchioso; particolarmente pervicace l’insistenza della più volte giudice Simona Ventura sull’umiltà, caratteristica essenziale di ogni artista che si rispetti, grato che gli sia dato l’onore e l’occasione di mostrarci ciò di cui è capace. Insomma, la questione viene spostata dal contenuto (la musica con tutto il suo universo di stili, tecniche e soluzioni creative) al personaggio; non è la qualità della musica a determinare chi sei, ma è chi sei a determinare quanto vale la tua musica.

Del resto, quando penso a Freddie Mercury, la prima qualità che mi viene in mente è la sua proverbiale umiltà.

Pomodori e allori

Un elemento molto interessante dei talent musicali è il fatto che la giuria è sempre posizionata come il pubblico. Questo perché quando guardiamo le audizioni, sono loro che ci rappresentano: non siamo mai alleati con gli artisti. Quando i giudici applaudono, noi applaudiamo; quando sfottono, noi ridiamo. L’artista è lì solo per farsi giudicare, prima dai giudici, poi da noi. E alle nostre condizioni: il pezzo non può superare mai una certa durata, la rappresentazione è limitata a scelte ben precise, e col bottone rosso possiamo interrompere chi vogliamo e quando vogliamo. L’asservimento allo spettacolo è totale. Il concorrente addirittura non ha il controllo neppure su come viene usata la sua immagine; particolarmente agghiacciante il caso di Danilo D’Ambrosio, cantautore folk, che si era esibito per due volte sul palco durante l’edizione del 2016, con flauto e voce, ottenendo il plauso dei giudici, specialmente di Arisa, e una standing ovation da parte del pubblico. Ma qui c’è un problema: Danilo, a causa del suo look da metallaro, si prestava molto meglio ad essere ridicolizzato che a interpretare la parte del “talentuoso, puro e ingenuo artista che ha l’X Factor”. Dunque quando la sua esibizione viene passata in TV, c’è un piccolo cambiamento: attraverso un montaggio, le reazioni positive dei giudici sono state sostituite da risatine, sfottò e critiche, in modo che il metallaro faccia la sua meritata figura da pagliaccio (qui il link al video dove Danilo smaschera tutto). Chissà quanti spettatori vedendo questa “versione” dello spettacolo si saranno messi a ridere, coi giudici, del goffo Danilo, col suo look atipico e la sua musica strana; nessuno ha osservato che il ragazzo è effettivamente talentuoso, per il semplice fatto che non è lo spettatore che ha il dovere di avere una coscienza critica: il giudice decide la nostra reazione, e noi, obbedienti, ci teniamo pronti a lanciare pomodori o allori a seconda del responso.

Danilo, il ragazzo vittima del raggiro; si tratta del delitto perfetto, perché a nessuno importa dei metallari.


 

Chi giudica il giudice?

A ben vedere, talent come X-Factor e The Voice possono essere tranquillamente letti come competizioni fra giudici; questo è estremamente evidente, non pare neppure che si sforzino a negarlo. Il potere del giudice sull’artista è praticamente illimitato: il giudice sceglie le canzoni che un artista deve eseguire, sceglie la scenografia e la coreografia, aiutato da professionisti del calibro di Luca Tommassini; nella maggior parte dei casi, ossia quelli di tutti i concorrenti ad eccezione di alcune band, suonano su basi preregistrate, perdendo anche il controllo sull’arrangiamento, ossia l’elemento più importante quando si vuole reinterpretare una canzone. Non si capisce davvero come sia possibile giudicare un artista in questi termini; è evidente che il vero merito di una performance riuscita è del giudice, che è piuttosto riuscito a “tirare fuori” il “talento” dall’artista. E qui un ulteriore elemento di assurdità: i giudici sono in gara. Il primo requisito che si chiede a una giuria è l’oggettività, che può chiaramente essere ottenuta solo se il giudice è esterno alla gara. Invece il destino di ogni concorrente è legato a doppio filo al suo giudice. Se ti capita un giudice carismatico come Manuel Agnelli o Fedez sei a cavallo, se ti capita un personaggio con poca verve come Enrico Ruggeri, o addirittura antipatico, come Arisa, le tue possibilità di vittoria si azzerano. Ma chi sono questi giudici? In virtù di cosa gli viene attribuito questa para-onnipotenza?

I giudici sono considerati dal pubblico simili a semidei o animali rari.

Di fatto, il giudice non ha una identità precisa. Qui verrebbe un paragone interessante con un talent di tipo completamente diverso, Masterchef: i giudici sono tutti cuochi stellati. Sono persone che hanno dedicato letteralmente le loro vite alla disciplina culinaria, e hanno un bagaglio di conoscenze e tecniche che rende il loro giudizio, se non obbiettivo, quantomeno ben fondato. Nella competizione i giudici appaiono come buoni amici, sono solidali l’uno con l’altro, ed esterni alla competizione. Il loro lavoro, oltre a giudicare, consiste nel consigliare un concorrente e aiutarlo a imboccare la strada giusta. Ovviamente i giudici non hanno problemi a insultare a morte un concorrente, è pur sempre spettacolo; ma di fatto, rimangono fedeli alla loro funzione di giudici.

La giuria della quarta edizione di The Voice: Emis Killa, Raffaella Carrà, Dolcenera e Max Pezzali. Probabilmente la persona con maggiore talento musicale in questa foto è il fotografo.

Se invece tracciassimo invece un profilo del giudice di X Factor, ci accorgeremmo che a ben vedere l’ultimo criterio con cui vengono scelti è quello della competenza. Di alcuni si può dire che abbiano esperienza, o che siano figure importanti nel panorama musicale nazionale o internazionale (su di tutti Elio, musicista coltissimo e molto capace). Per altri la scelta appare davvero incomprensibile: in che modo persone del tutto prive di talento come Anna Tatangelo o Arisa potrebbero formulare un giudizio sensato su un qualunque concorrente? Infatti i giudizi tendono ad assomigliarsi tutti: “Mi hai emozionato moltissimo” o “Non mi è arrivata nessuna emozione, mi spiace”. È ovvio che non ci sia nient’altro da dire: non solo perché molti giudici di fatto non saprebbero dire di più neanche se volessero; non solo perché dal momento che il concorrente non ha deciso niente di quello che farà sul palco, l’unica cosa che si può giudicare è se perlomeno è stato convincente nell’eseguire il copione che gli è stato dato; ma anche perché, come abbiamo già detto, secondo la retorica del fattore X la musica consiste in questo e niente altro; l’artista vero “ti deve arrivare”, o non vale niente. Inutile dire che con questa prospettiva, il giudice diventa poco più che un personaggio di spettacolo. Dopo che ci siamo divertiti a tirare pomodori durante le audizioni, per il resto del programma l’unica cosa che conta è lo scacchi psicologico che i giudici giocano l’uno contro l’altro, usando i musicisti come pedine.

Ma è qui che il giudice rimane fregato dal suo stesso gioco. Dopo le audizioni il giudice diventa un concorrente in gara, perdendo, assieme il potere che aveva durante le audizioni (che passa al pubblico con il televoto), la sua funzione di “esperto” (ossia quella che tecnicamente lo qualifica come giudice) e diventa vittima dello stesso gioco che imprigiona i musicisti: che gli piaccia o meno, gli viene affidata una parte. Il caso più eclatante è quello di Arisa nella decima edizione, divenuta ormai il capro espiatorio di tutto lo show: fischiata dal pubblico, presa in giro dai colleghi, sfottuta su internet per le continue gaffe. Quell’edizione l’ho seguita, complice il fascino maligno di Manuel Agnelli (che nonostante questa scelta discutibile è uno dei più grandi musicisti italiani), e come tutto il pubblico, ho disprezzato profondamente Arisa per la totale ignoranza e superficialità che traspariva dai suoi giudizi. Ma pensandoci su, mi sono reso conto che non stava neppure recitando una parte; era stata messa lì solo per fare la figura dell’idiota, e alimentare quei siparietti imbarazzanti e quasi surreali dove battibeccava con Manuel, che recitava invece la parte del musicista serio e competente. Dunque i giudici sono vittime del televoto quasi quanto i musicisti, e quelli che vincono sono quelli in grado di sbranare meglio i colleghi più sprovveduti. Nel frattempo, i concorrenti sono vittime del fuoco incrociato; vittime di critiche pretestuose, motivate da esigenze “strategiche” dei giudici rivali, oppure penalizzati al televoto (“non farò mai vincere quella giudice cretina!”).

Come nel caso di Danilo, il capro espiatorio perfetto è quello di cui non importa niente a nessuno.

Prodotti e produzioni

Vi sento già lettori: “Ma Filippo, è spettacolo, è ovvio che sia così! In fondo i musicisti che partecipano sanno a cosa vanno incontro!”. Ed è assolutamente vero. Lo spettacolo deve fare ridere, e la serietà della competizione deve essere subordinata all’intrattenimento. Ma purtroppo, le conseguenze sono più gravi. Non bisogna essere Adorno per capire che la produzione determina il prodotto; ossia, se questo modello di  “““fare musica”””” diventa predominante, la natura della musica e dell’attività musicale cambia notevolmente, e in peggio. Il talent ci abitua all’idea di un musicista schiavo, un canarino castrato che canta a comando uno spartito scritto da altri; nella musica mainstream, questo è già realtà, ma con l’influenza dei talent non si riuscirà neppure più a pensare che in altri ambiti, o in altri tempi, le cose vadano diversamente. Non è un caso che le major ormai abbiamo preposto ai talent show l’operazione dello scouting. Il programma ogni anno consegnerà due o tre musicisti belli impacchettati (il vincitore, addirittura, già sotto contratto), con poco rischio e molto rendimento, da mungere prima che raggiungano il dimenticatoio, di solito nel giro di pochi anni.

Mara Maionchi, discografica; nel suo caso, fare il giudice significa semplicemente seguire in fase di allevamento i suoi futuri dipendenti.

Dandoci il potere di giudicare, il talent ci assolve nel nostro lassismo. Non siamo noi a doverci approcciare al musicista per comprenderlo, è l’artista che si deve adeguare al nostro gusto, altrimenti: “A CASA!!!”. Il risultato insomma è un pubblico che sa già cosa apprezzare, un musicista al quale sarà detto cosa fare e un mercato comodo e privo di sconvolgimento.

Criticare è facile e divertente, molto più difficile e scivoloso è proporre soluzioni che non siano ridicole. Anche il disfattismo è una soluzione facile, ma la lasciamo a Mogol e Red Ronnie. Il punto è che, per come la vedo, il pubblico, anche quello meno colto, è sempre affamato di musica nuova e interessante. Nel 2016, alla finale del talent più insospettabile sono arrivati finalisti due musicisti, uno più strano dell’altro: Moses, che mischia beatbox e armonica a bocca, e il pianista cieco Ivan Dalia, che suona jazz in modo originale e destrutturato; entrambi lontanissimi dalle esigenze di mercato. Il programma in questione è Italia’s got talent, dove la qualità principale che si chiede ai concorrenti è, non a caso, la capacità di impressionare, non un concetto stereotipato e astratto di “vocazione musicale”. Dunque fare spettacolo, ottenendo grandi ascolti, senza violentare così dolorosamente la figura dell’artista, è possibile: quale potrebbe essere una formula capace di coniugare le cose?

Moses, commosso dalla vittoria, abbraccia l'amico Ivan Dalia, secondo finalista. Dopo la fine della puntata, i due vanno assieme a divertirsi.


 

Forse uno spettacolo dove l’artista sia davvero libero di lavorare, e mostrare con orgoglio il frutto del suo lavoro. Pensiamo ancora una volta a Masterchef: la gara è interamente strutturata in sfide, nelle quali finché si rispettano le regole e gli obbiettivi è quasi sempre possibile fare qualcosa di insolito e originale con un approccio personale. Anche se la competizione non è veramente equa, le qualità dei concorrenti emergono. Perché non immaginare un talent musicale simile, dove i musicisti devono confrontarsi con prove e situazioni che gli permettano di mostrare il loro valore e la loro creatività? Una puntata dedicata esclusivamente all’improvvisazione. Una puntata dove a essere premiato è l’arrangiamento. Una puntata dove tutti i concorrenti sono costretti a lavorare all’interno dello stesso genere. È ovvio che non sarebbe comunque una competizione leale (è comunque spettacolo), ma quantomeno sarebbe uno spiraglio autentico sul mondo dell’arte, che mostra individui appassionati confrontarsi con nuovi stimoli e combattere per superare delle sfide; a questo punto potremmo anche tenere l’amato televoto, che tanto gratifica lo spettatore televisivo, o le schermaglie tra giudici; l’importante è che il regno della musica venga strappato dalle mani di personaggi di spettacolo, case discografiche e conduttori televisivi per tornare in mano a chi da sempre lo abita: i musicisti.

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Filippo Marani Tassinari

Studente di filosofia appassionato di letteratura, pittura, storia antica e scacchi, nonché consumatore compulsivo e onnivoro di musica (specialmente jazz). 
I suoi maggiori riferimenti culturali e artistici sono Frank Zappa, Tolkien, Dino Campana e Luciano di Samosata. 
Nulla gli piace quanto ciò che stupisce, stimola la mente e nutre l'immaginazione, e detesta solo ciò che scontato.
Spera di darvi un assaggio del suo mondo, proponendovi tutte le gemme nascoste, le stranezze e le meraviglie perdute che riuscirà a scovare per voi.

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