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#Omosessualità, AIDS e attivismo politico. La nostra intervista a Robin Campillo

Abbiamo avuto il piacere di fare alcune domande al regista Robin Campillo, in Italia per la presentazione di “120 battiti al minuto”, film che si è aggiudicato allo scorso festival di Cannes il gran premio della giuria. Abbiamo parlato di politica, di morte e di tempo.

Congratulazioni per la recente candidatura agli oscar come rappresentate francese per il miglior film straniero, soprattutto quest'anno in cui il cinema queer europeo ha avuto una marcia in più. C'è “Una donna fantastica” di Sebastian Lelio, poi l'italiano Luca Guadagnino. Parliamo di film appunto europei e autoriali. Perché secondo lei?

Posso dire che in Europa è più semplice, c'è più libertà per i registi indipendenti. In paesi come Grecia, Spagna e Italia si possono ottenere finanziamenti per film a tematica omosessuale o per altri temi delicati. In Francia il mio film sta avendo successo e ripaga la fiducia dei produttori. Ad Hollywood gli schemi impongono la partecipazione di attori famosi. Io invece ho avuto libertà assoluta, non ho inserito il film in nessun binario o schema.

 

Lei dice che oggi c'è impotenza politica. Poi definisce il suo film politico. Che valore dunque dà al termine “politico”?

Mi rendo conto del fatto che la politica non è mai scissa dal momento stesso in cui si compie la politica. Non può essere qualcosa di astratto, deve esserci una finestra di possibilità che consenta di intervenire per poter sperare di cambiare le cose. Questo avviene sempre in un momento di urgenza e di crisi. Non avrei mai creduto di diventare un militante, ma l'ho fatto perché mi sono reso conto d'aver sprecato la mia giovinezza e l' amore, perché quando quello che era il mio amore stava per morire io non ero lì. Ero fuori sincro rispetto a ciò che avveniva e sono stato in grado di intervenire solo in quel momento particolare, nel momento di crisi. Nel film vedete che durante le riunioni dell'Act Up , si sente il senso di urgenza. Lo fa capire il fatto che per intervenire nei dibattiti e per dare assenso a qualcosa schioccano le dita, gli applausi fanno baccano e si perderebbe troppo tempo. L'impegno politico non nasce dal nulla. Deve essere incarnato, deve trovare corpo fisico. Oggi non sono così evidenti le possibilità per fare questo tipo di attività, di protesta, ma negli anni 90 c'era davvero urgenza e si pensava a tutti i modi per incarnare la politica, una politica attiva, del fare.

 

Spero di non sminuire il senso sociale e politico del suo film, ma secondo la mia interpretazione i temi sociali qui sono solo dei soggetti di superficie. A mio parere il suo film parla di “tempo”. Per usare le parole di Tarkovskij, il suo film scolpisce il tempo. Cosa ne pensa?

La ringrazio per questa domanda. Per me questo film è stata una riflessione sul tempo perché gli anni sono passati e io sono sopravvissuto a tante persone che non ci sono più. Sono passati 25 anni ormai. Il lavoro con gli attori è stato quello di sincronizzare eventi della mia vita cercando di metterli in scena e capire come sono avvenuti, introducendo ovviamente elementi di finzione. Lei parla di tempo, io parlo di spazio-tempo. Mi ha nominato Tarkovskij e io le dico di pensare proprio a Solaris. Nel film le dimensioni spazio tempo sono diverse. Ci sono le aule in cui si incontrano i ragazzi di Act Up, muri bianchi dove si producono azioni e immagini, come in un cervello. L'altro spazio-tempo è quello delle azioni stesse dell'associazione. Il terzo è quello dei locali notturni, dove la parola non c'è più, ci sono solo corpi e oscurità. Ma questa è una forma di eternità, è una dimensione del fuori tempo, dell'infinito. Volevo giocare su diversi livelli e diversi elementi per rievocare le emozioni e i miei sentimenti di quegli anni. Per questo nel film non ci sono molti raccordi, non ci sono scene in strada o su scale. Ci sono passaggi all'interno di posti non espliciti, come quando Sean si ammala ed è ormai fuori da ogni situazione di contesto temporale, perché è nel tempo della malattia e dunque non può proiettarsi in nessuna situazione temporale differente. Questo film si basa su ricordi miei personali. Io di quel periodo ricordo solo ciò che ha a che fare con Act Up. Il resto dei ricordi sono sconnessi, come una vita a parte. Ho voluto riprodurre proprio questa architettura all'interno del film, che ha assolutamente a che fare con il tempo.


 

Perché crede che un film come questo, a distanza di anni dagli eventi, possa essere ancora necessario?

Onestamente io non ho pensato di fare questo film per una necessità comune. Io avevo necessità di farlo. Le cose importanti della mia vita sono state due:il cinema e l'AIDS. Ho sentito il bisogno di mettere in contatto questi capitoli della mia vita perché dovevo chiudere il cerchio. Dovevo farlo proprio per bisogno personale. Mi stupisce ora vedere come sappia suonare in modo diverso per diverse persone. Per alcuni è una storia di collettività, per altri c'era li bisogno di raccontare un'epoca strana caratterizzata da un forte senso di morte. Poi è letto in modo diverso da gente non malata che ha visto morire amici o familiari. I giovani poi che non sanno abbastanza di quell'epoca. Ognuno vede la soddisfazione di un bisogno che non sapeva di dover soddisfare. E' un film personale su un momento in cui lottavamo contro la morte. Io avevo la mia motivazione. Il mio film è per certi versi egoismo. Per me è stato chiudere il cerchio come ho già detto. Ma è anche un autoritratto collettivo.

 

Grazie Robin Campillo, complimenti per il gran premio della giuria e in bocca al lupo per gli oscar.

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Luca Cardone

Appassionato di letteratura classica, divoratore di testi teatrali e immancabilmente cinefilo nel midollo.

Follemente innamorato dello scrittore austriaco Thomas Bernhard.

Consacra la sua vita accademica alla filosofia, amalgamando gli antichi studi libreschi con la materia del cinema.

Aspirante scrittore con il sogno nel cassetto della regia; non è insolito sentirgli dire: dopo Tarkovskij se proprio c'è qualcuno quello è Dio.

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