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#Tesha: storia di un padre, marito e cantautore

Prima dell'artista viene sempre l'uomo. Nel nostro caso dietro il cantautore c'è un padre ed un marito. Io sono Alessandro e oggi vi presento Tesha con cui ho avuto modo di chiacchierare di musica, del suo ultimo EP e di vittorie.

Per capire affondo il lavoro e il significato di un pezzo o di un disco, credo bisogni conoscere l’uomo prima dell’artista. Chi è Tesha a microfoni spenti?

Io mi definisco sempre come un cantautore, un padre e un marito. Sono una persona che cerca di portare in musica quello che gli succede e quello che lo circonda. Una canzone, almeno per me, nasce da un evento importante, che può essere positivo o negativo e che accende qualcosa che voglio trasformare in musica. Lo considero un modo per onorare quello che è successo e quel tipo di emozione. Non sono un calcolatore che si mette lì e scrive un pezzo. Per il resto sono un lavoratore come tutti. Una persona che ha fatto della musica la sua passione e con cui cerca di raccontare delle emozioni.

 

Potremmo citare Vasco dicendo che “le canzoni sono come i fiori, nascono sole” e non possiamo far altro che scriverle. Abbiamo detto che tutto parte da un evento importante. Questo ti suggerisce la melodia, il testo, una frase o altro?

Dipende. Ci sono state volte in cui il testo della canzone era chiaro fin da subito e io dovevo solo scriverlo. Altre in cui una frase, unita a qualche accordo con la chitarra o con il pianoforte, mi suonava bene e, piano piano, costruivo tutto il pezzo. Non ho uno schema che seguo. Se ci pensassi di più, forse uscirebbero fuori pezzi migliori o peggiori, non lo so. Io sono soddisfatto di quello che ho fatto finora e lo reputo autentico, poi spero che il lavoro e la passione che ci sono dietro emergano durante l’ascolto.

 

Nel tuo ultimo EP troviamo sia pezzi in inglese, che in italiano. La prima è sicuramente più orecchiabile mentre la seconda avvantaggia la trasmissione del messaggio Cosa ti dà in più l’una rispetto, all’altra e come si interfaccia la scelta della lingua con il tipo di evento o di emozione che vuoi raccontare?

Nel EP il brano Let Me Cry è una cover di una mia canzone Lasciami Gridare che compariva e dava il titolo al mio primo album. Era stata scritta 20 annni fa per Alessio, un mio caro amico che è scomparso. Essendo passato molto tempo volevo mettere un punto dopo quel LP e ripartire con un nuovo progetto. Volevo ripartire proprio da quel brano e così ho deciso di riarrangiarlo e cercare di “svecchiarlo”. Nell’album era già presente una versione hip pop del pezzo con la base prodotta da Deleterio, che considero uno dei migliori produttori che abbiamo in Italia, insieme a qualche barra di rap. L’inglese comunque mi dava quel senso di ulteriore ammodernamento. Lasciami Gridare era la fine di un viaggio e uno sfogo, mentre Let Me Cry è una lettera che io mando ad Alessio raccontando quello che è successo in questi anni, dicendogli quanto manca alla sua famiglia, a me, a mia figlia e a tutti quelli che gli volevano bene e lo rassicuro su quanto per tutti noi lui sia ancora presente nelle nostre giornate e nelle nostre vite. Per cui riscrivere questo pezzo in inglese e riproporlo nel nuovo EP, mi sembrava l’ultimo pezzo del puzzle per rendergli omaggio. Per quanto riguarda l’italiano io credo che sia la lingua più bella del mondo, ma anche la più difficile per scrivere. Quando si riesce a scrivere bene in italiano, ad incastrare una rima o il testo suona bene ed è coinvolgente, secondo me si ha già vinto e si è andati oltre il proprio genere di musica. Nel senso che non conta più se hai una bella voce o no, se sei un cantante mediocre o uno eccellente, quando riesci a scrivere un buon testo, sei già sicuro di aver fatto un buon lavoro. Quello che mi piace quindi della lingua italiana è la difficolta di scrittura che ti dà una soddisfazione enorme.

 

Prendendo spunto da queste ultime parole allora ti chiedo. Quali sono stati i tuoi riferimenti musicali nel corso del tempo e quali i tuoi modelli da seguire?

Io sono cresciuto con i grandi cantautori e, in particolare, con Fabio Concato che considero un pittore. Ogni sua canzone è un quadro che ti basta chiudere gli occhi per trovarti davanti. Oggi ascolto molto il nuovo soul italiano come, per esempio, Davide Sciorti, che è un ragazzo palermitano che è stato anche a Xfactor qualche anno fa. Tormento è un'altra personalità che ammiro molto e sta facendo un percorso artistico molto interessante. Per me è un riferimento musicale ma anche culturale, per quelle che sono state le sue scelte e la sua carriera. Riguardo i cantanti stranieri sono cresciuto con i Boyz II Men, con Stevie Wonder e tutta la parte di R&B.

 

 

All’interno del tuo EP troviamo vari generi e una grande sperimentazione. Quello che salta subito all’orecchio è la presenza di strumenti veri e la quasi totale assenza di beat o basi registrate.  Oggi viviamo in un mondo in cui tutto deve passare attraverso la scala dell’indie. Come vivi il tuo esordio in un momento del genere, considerando che la tua musica oggi viene considerata quasi come di nicchia? Ti è mai capitato di lavorare con persone che hanno cercato di indirizzarti verso quel genere o se vogliamo verso altri?

Prima di tutto grazie per aver notato la presenza di strumenti veri anche in un contesto così “urban”. Io amo la musica vera e credo che questa scelta dia sempre un qualcosa in più. Non mi è mai capitato fortunatamente di trovarmi a lavorare con persone che volessero cambiare quella che è la mia musica. Ringrazio Mr. Meeroy che ha lavorato con me al EP e che ha capito fin da subito quale fosse la mia idea. Io, poi, ho la fortuna di poter fare musica per passione e non per lavoro. Non pretendo di guadagnarci sopra, perché il mio obiettivo è coltivare una passione e fare quello che quello che piace a me. Molti mi hanno dato dei consigli e ho ricevuto critiche, positive e negative, che mi hanno sicuramente aiutato e indirizzato. Io sono una persona che cerca sempre di ascoltare, specialmente chi ne sa più di me, e si vede subito quando una persona è interessata veramente a quello che stai facendo. Per cui se avessi avuto dei paletti da rispettare, non credo che li avrei seguiti.

 

Mettendo a confronto il tuo primo album e questo nuovo EP, si sente come ci sia stata una crescita sia al livello di forma, sia al livello di consapevolezza dei propri mezzi. L’album aveva canzoni cantante in italiano e un sound più rock-pop, mentre nel nuovo disco c’è una grande sperimentazione e si spazia dal soul al grunge. Dopo questo progetto ti senti di aver trovato una tua strada più definita?






 Sicuramente sì. Lasciami Gridare è stato un album in cui ho raccolto le canzoni che avevo scritto in venti anni. Quindi ogni traccia avevo il sound del genere a cui ero vicino in quel periodo. Let Me Cry, invece, è un progetto più maturo. Un progetto nato da: “Vediamo se posso farcela. Vediamo se sono pronto per fare qualcosa di diverso. Proviamoci”. Il risultato devo dire che mi piace. Sento che mi rappresenta molto e credo che questa sia la mia strada ed il soul il mio genere. Ovviamente in futuro ci saranno delle influenze e qualcosa cambierà, ma non avendo paletti, né etichette da rispettare, avrò sempre la libertà di fare quello che più mi piace. Se capiterà di fare un pezzo e metterci dentro qualche barra, lo farò tranquillamente. Non ho paura di passare per quello che vuole fare il rapper a quaranta anni o che vuole fare la guerra ai ragazzini. Non mi interessa, perché, come detto, la mia è una passione. Stare in studio a provare costa soldi e tempo che tolgo a mia figlia e alla mia famiglia. Non farei mai un sacrificio del genere per qualcun altro.

 

Come ti senti a metterti in gioco in un mercato dove ormai si entra da sempre più giovani? Hai mai incontrato delle differenze nei modi di fare di lavorare o altro? Come la vivi tu come persona, prima che artista?

Io persona me ne frego. Io lo ripeto non mi interessa creare competizioni o fare a gara a chi è più bravo, perché credo che chiunque faccia un lavoro, o una qualsiasi cosa, con amore e passione ha già vinto. Se in più vedo che quello che è uscito è bello, mi piace e mi rappresenta cos’altro posso chiedere? Io, personalmente, lo ripeto non ho mai dato importanza al numero di album venduti, a che posizione arriva un mio pezzo nelle classifiche e via dicendo. Io ho vinto tutte le volte che torno a casa la sera e mia figlia mi chiede di cantare Around the World per farla addormentare, o quando, durante un viaggio in macchina, sento lei cantare le mie canzoni. Se parliamo di musica, o di arte in generale, come qualcosa che ti dia delle emozioni, allora ho vinto io. Perché di quel grande mondo di cui sono entrato a far parte, in pochissimi sanno cosa vuol dire tutto questo.

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Alessandro Spiriti

Studia Ingegneria Meccanica a Roma, città in cui vive e che ama.
Nato mentre nei cinema proiettavano "I Soliti Sospetti" di Bryan Singer e nell'aria riecheggiava (What's The Story) Morning Glory? degli Oasis. 
Il cibo, lo sport e le sfide completano il quadro delle sue passioni.

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