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#Rosy Bonfiglio: l'Arte è... Necessità

Continuiamo con il nostro progetto New Generations, interviste alle nuove generazioni della scena artistica nazionale ed estera. In questo appuntamento, voglio proporvi una chiacchierata che ho avuto con Rosy Bonfiglio, giovane attrice di origini siciliane, artista poliedrica, rintracciabile sui palchi della capitale.

 

Lo ammetto, l'articolo è piuttosto lungo, ma non me la sono proprio sentita di tagliare nulla. Ogni parola, frase, pausa, sospiro e... lacrima (vero Rosy?) delle persone con cui dialogo per me sono preziose; considerandomi una persona generosa, voglio condividere il mio tesoro con voi. Prendetevi un po' di tempo per conoscere meglio Rosy, avete due mesi fino alla prossima intervista! Rosy, a te la parola!

  • Raccontaci di Rosy.

Pur avendo solo 25 anni se dovessi raccontarti di Rosy in generale direi che avremmo bisogno di troppo tempo, quindi cercherò di riavvolgere il nastro di pochi anni!

Mi sono diplomata nel 2012/13 all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, anche se la sensazione è di aver concluso il triennio accademico chissà quanti anni fa! Questo accade perché appena diplomata ho avuto la fortuna di iniziare subito a lavorare, vivendo varie esperienze professionali e artistiche molto diverse tra loro e di grande prestigio, a partire già dal saggio di diploma, di cui firmò la regia Gabriele Lavia, per proseguire immediatamente con il corso di specializzazione post-accademico a Santa Cristina con Luca Ronconi, saltando poi a bordo della nave Lavia per circa tre anni, prima con “I pilastri della società” di Ibsen, poi con “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello. Nel frattempo la meravigliosa esperienza del Teatro Greco con “Coefore-Eumenidi” di Eschilo diretta da Daniele Salvo, e i circuiti indipendenti con “Iliade: le lacrime di Achille” di Matteo Tarasco e “Antigone” di Filippo Gili. L’aver messo così tanta carne al fuoco e a un’età così giovane, mi ha permesso di assorbire gli insegnamenti dei grandi, dei Maestri veri, e di crearmi anche un gusto e un’idea molto precisi rispetto a cosa io voglia fare col mio mestiere. La definizione di attrice ha cominciato a starmi sempre più stretta, sentendomi e riconoscendomi intimamente un’interprete, e da questa consapevolezza (che è diventata urgenza) è nato il desiderio (che poi si è fatto necessità) di dare vita a un mio progetto autoriale.

Da qui “CAPINERA”, maturato in poco più di un anno di lavoro e in scena dal 3 al 6 marzo al Teatro Studio Uno di Roma, che ha richiesto queste nuove repliche dopo il grande successo del debutto a fine gennaio.

  • Ora che abbiamo parlato di Rosy artista, parliamo di chi è Rosy.

Preferivo decisamente la prima domanda! In fondo siamo quello che facciamo, quindi da un certo punto di vista Rosy è il veicolo di tutte le esperienze di cui ti ho parlato prima. In senso più generale potrei dirti quello che sento di essere oggi, anche alla luce quelle esperienze: una giovane donna che con coraggio ama rischiare per un sogno che è un “bi-sogno”, che con grande slancio e vitalità si divincola da qualsiasi “gabbia” sociale e intellettuale, che ama la libertà e ama sentirsi libera, nella vita come nel lavoro. Piena di forza di volontà da poterla vendere e regalare, a volte eccessivamente rumorosa e irruenta nel mio impatto con le cose, ma questo compensa un risvolto più scuro e introverso della mia personalità, che non amo condividere con gli altri, e che pertiene probabilmente anche alla mia sfera più intimamente creativa. Detto questo, vado in crisi d’astinenza se non vedo il mare per più di un mese, mi piace andare a correre al parco appena sveglia e bere fiumi di vino rosso da buona siciliana, per di più avolese!

  • A chi ti ispiri?

Ai kamikaze. E mi spiego subito per non essere fraintesa, per carità! Il principio è di mettere a repentaglio se stessi senza riserve, al servizio di qualcosa che reputiamo più Grande, più Alto. Ecco questa è la filosofia a cui mi ispiro, anche se sarebbe più corretto dire che questa è la mia filosofia. L’ispirazione serve per creare, ha a che fare con le Muse, con quelle cose o luoghi o persone o esperienze da cui vedi propagarsi una luce, e quella luce entra in risonanza con la tua anima e da lì succede il potenziale miracolo. Ma ispirarsi a qualcuno questo no. Tutti abbiamo naturalmente dei modelli di riferimento nella nostra vita, da cui abbiamo imparato qualcosa, o che semplicemente ammiriamo o alle volte pure invidiamo. Per quanto mi riguarda li ho semplicemente osservati, tanto, a lungo. E tutt’al più se necessario gli ho rubato qualcosa.

  • Parlaci di un evento della tua carriera artistica particolarmente significativo o emozionante.

Due momenti: il primo a Santa Cristina, quando dopo pochissimi giorni dall’inizio del corso, il Maestro Ronconi dopo una prova mi chiamò in disparte, complimentandosi per il mio lavoro, e proponendomi un provino per un suo spettacolo. Dovetti incredibilmente dirgli di no, poiché già vincolata dal contratto de I pilastri della società, ma ne parlammo insieme, e lui fu un gran signore, e con grande dolcezza e comprensione mi disse “Non voglio affatto metterti in una brutta situazione. Stai tranquilla, troveremo un’altra occasione”. Fu letteralmente uno shock. La sua attestazione di stima fu un dono preziosissimo che custodisco ancora gelosamente, e ricordo come fosse ieri l’emozione immensa che provai durante quel nostro breve e significativo scambio di battute, a cui seguirono giorni splendidi di lavoro e studio, che hanno costituito una delle esperienze per me più significative.

Il secondo a Siracusa, al Teatro Greco, il primo giorno in cui ci trasferimmo dalla sala prove a quel luogo sacro che mi fa venire i brividi ogni volta che ci ripenso. Ricordo lo scambio di sguardi con le mie colleghe, sguardi che condividevano una commozione unica e difficile da tradurre in parole. Solo un rivolo silenzioso di lacrime appena partì la musica e iniziammo la prova.

Ecco Rosy è pure una terribile tenerona che si commuove. Come adesso mentre ti racconto questo ricordo bellissimo… quindi prossima domanda?

  • Cosa ti ha fatto decidere di intraprendere questa carriera?

Ecco bravo me lo chiedo pure io ogni mattina!

Scherzo naturalmente! Devo anzi confessarti che a distanza di più di poco più di dieci anni dalla grande decisione, pur essendo cambiate e maturate tante cose, il cuore della ragione è rimasto in parte lo stesso: avevo 14 anni e mi fu proposto un piccolo ruolo per uno spettacolo teatrale del mio liceo, si trattava di una voce fuori campo che chiudeva un adattamento di Aspettando Godot di Beckett. Andai con grande scetticismo a fare una prova. Palestra della scuola: io, la professoressa responsabile e il suo aiuto regia. Mi danno il foglio con la mia unica battuta e inizio a leggere. Impossibile raccontare cosa successe dentro di me durante quei pochissimi minuti. Posso solo dirti che appena poggiai quel foglio giurai a me stessa che non avrei fatto nessun altro mestiere nella vita. Il prodigio di farsi abitare da quelle parole e restituirle dopo averle filtrate attraverso noi stessi agli altri, perché possano accoglierle con i loro sensi, ognuno sceglie quali, è davvero un rito miracoloso e quasi terrificante, per la potenza di ciò che è in grado di scatenare. Sembra quasi una strana reazione chimica in cui tu sei collocato perfettamente a metà del processo: ricevi, elabori, produci, in un ciclo inesauribile, perché mentre stai ancora producendo già ricevi altra linfa dagli spettatori, ed elabori anche quella e ciò che produci si arricchisce progressivamente della tua materia e della loro… Non so, io mi esalto ogni volta che provo a spiegare questa cosa. Vorrei quasi fare un disegnino, mi sembra davvero magnifico!

  • Come ti prepari prima di andare in scena? Cosa provi o pensi quando sei in scena?

Diciamo che ogni spettacolo ha una sua storia e delle sue esigenze. La “preparazione” diventa in realtà l’intero periodo di lavorazione, prove e repliche comprese, in cui anche la quotidianità in qualche modo si mette al servizio di tutto il processo, si modella anche nelle piccole cose. Nello specifico amo sempre mantenere una costante preparazione atletica, cerco di “coccolarmi”, di prendermi cura del mio corpo e del mio spirito. Ho sviluppato negli anni un profondissimo ascolto di me stessa, delle mie intime esigenze, che siano uscire improvvisamente a fare una passeggiata, piuttosto che andare al cinema o dormire più ore del solito. Alcuni spettacoli ti richiedono più rigore, altri semplicemente più serenità. E lo stesso accade all’interno di un solo allestimento: ci sono giornate in cui hai bisogno di un lungo riscaldamento fisico, altre in cui ti è sufficiente ascoltare una canzone che ti piace. Prima di andare in scena tendenzialmente preferisco stare in teatro, parecchie ore prima della replica, anche senza fare niente di particolare, ma comunque stare lì. Durante le repliche di Capinera ad esempio mi aiutava molto rammendare il costume, perché in quel caso una necessità pratica di pura manutenzione incontrava il personaggio, e quell’attività di taglia e cuci mi introduceva già nel loop maniacale della mia Maria.

Cosa penso quando sono in scena? Beh diciamo che se mentre stai recitando pensi a qualcosa in particolare c’è qualcosa che non va. Una parte “vigile” rimane chiaramente sempre presente a tenere tutto sotto controllo, ma da quando inizia quello che io chiamo “piccolo miracolo” la meraviglia è proprio la sospensione del pensiero, del giudizio… La bellezza dello spettacolo dal vivo è proprio il fatto che non ci sia alcuna riproduzione, tutto avviene ogni volta per la prima volta, si ripete in una sua eterna e inesauribile unicità, è pericolosamente e meravigliosamente esposto a rischi e imprevisti. Il mio ultimo pensiero ogni volta prima di entrare in scena è “vediamo un po’ oggi che succederà”! Dopodiché c’è il tuffo e via: si gioca la partita!

  • Qual è secondo te la più grande soddisfazione per un artista?

E’ provocare un cambiamento nella gente, attorno a te, in chi ha visto lo spettacolo, e tramite loro pure in chi ancora non l’ha visto. E’ far propagare un’onda, registrare che la tua “azione” ha mosso qualcosa. Dopo le prime repliche di Capinera moltissime persone che non conosco mi hanno scritto: un ragazzo mi raccontava che grazie allo spettacolo aveva sciolto un blocco creativo di drammaturgia, altri hanno trovato il coraggio di tirare fuori dal cassetto quel progetto che avevano in cantiere da anni ma che non si decidevano mai a realizzare, qualcuno è semplicemente riuscito ad abbandonarsi a una incondizionata commozione, qualcun altro è andato in libreria il giorno dopo a comprare il romanzo di Verga. In modi diversi ognuno ha tratto giovamento dalla catarsi che quell’esperienza gli aveva procurato, e ha tradotto in azione quello stimolo. Questo dovrebbe fare il Teatro secondo me.

  • Se dovessi scegliere un artista o personaggio, presente o passato, chi vorresti essere e perchè?

Ammetto di avere molta difficoltà a pensare di voler essere qualcun altro, un po’ perché in qualche modo ne ho già la fortunata possibilità attraverso il mio mestiere, un po’ perché trovo meraviglioso che ognuno sia irrimediabilmente sé stesso. Sono una fanatica dell’unicità! Il mondo e le persone ci bombardano di suggestioni e stimoli sempre nuovi per alimentarci e arricchirci, sta ad ognuno saper riconoscere “gli ingredienti” più giusti per fiorire nel proprio modo migliore. Quando penso “mi piacerebbe essere…” lo traduco sempre in “voglio impegnarmi per diventare…”. Quando facevo l’Accademia a un certo punto ho pensato: mi piacerebbe cantare in una band. Dopo pochi mesi stavo in sala prove con dei musicisti con cui ho formato la mia prima rockband, i Mavarìa, ho iniziato a scrivere canzoni, poi sono arrivati i primi concerti. Lo scorso anno un altro pensiero: mi piacerebbe riuscire a suonare e cantare un mio pezzo. Ho comprato immediatamente una chitarra, e il mese dopo ero in un locale a San Lorenzo a cantare “Inutilizzato”, mio brano inedito in cui mi accompagnavo da sola alla chitarra. Bisognerebbe tradurre ogni desiderio in slancio pragmatico, in una spinta a concretizzare le immagini della mente. Che poi è quello che fa un regista. E infatti il mio primo esperimento di regia con CAPINERA mi ha insegnato in maniera lampante proprio questo: la bellezza di vedere un disegno della mente che si fa vita, corpo, materia, fatto. Adesso che ci penso però sai cosa? Ammiro profondamente i tuttologi, quelle persone che sanno tutto, che hanno una cultura sconfinata. Che di qualsiasi cosa si parli potrebbero parlarne per ore. Da bambina avevo iniziato a studiare il dizionario della lingua italiana: ero affamata di conoscere tutte quelle parole. Poi ho smesso, peccato. Durante gli anni del liceo invece mi ero appassionata a dei tomi di medicina dei miei genitori. Passavo pomeriggi interi a studiare le patologie del sistema nervoso, avrei voluto divorarle quelle pagine, erano così tante. Ecco se proprio dovessi fare lo sforzo di immaginarmi altra da me ti direi che vorrei essere un supereroe che riesce ad “aspirare” tutto lo scibile umano con la forza del pensiero, visto che il tempo ahimè non basta mai!

  • Cosa hai in programma per il 2016? Qualche progetto in cantiere?

Nel 2016 vorrei innanzitutto far volare la mia CAPINERA in tournée. Sono in contatto con diverse realtà teatrali e non, perché mi piacerebbe che lo spettacolo prendesse più la piega di un “evento”, da svolgersi in circostanze mutevoli e nei luoghi più disparati. Non è semplice, soprattutto quando ti occupi in prima persona degli aspetti produttivi, della promozione, della distribuzione. Sembra davvero un’impresa titanica e in un certo senso lo è, ma ho fiducia che la mia CAPINERA abbia forza sufficiente nelle sue ali per arrivare dove vuole! Bisogna solo esercitare quella sacra arte della pazienza!

  • Un sogno nel cassetto?

Devo confessarti che vorrei fare un film. Ebbene sì, l’ho detto. Io e il teatro stiamo in un rapporto pari a quello del sangue coi vasi sanguigni, solo non saprei dire chi o quale dei due scorra dentro l’altro. Con la macchina da presa è diverso. L’ho sempre in qualche modo temuta, come una minaccia, in fondo l’obiettivo sta lì per “rubare” qualcosa. Ma adesso sento che sono pronta, sento che anzi vorrei proprio confrontarmi con un aspetto del mio mestiere che ancora non ho approfondito e che so che potrebbe riservarmi delle belle sorprese. E poi c’è la musica. Un disco in attesa di essere completato, a cui ho lavorato a intermittenza in questi anni: è un altro grande amore, ha bisogno di tutto l’impegno e del tempo necessari, e purtroppo fino ad oggi è un binario su cui ho viaggiato un po’ più a rilento, ma il progetto è di riuscire a chiudere il disco appena possibile e registrarlo. E un altro spettacolo, una nuova regia, che già mi frulla in testa da un po’ e che pian piano sta prendendo forma nella mia mente, ma con gli impegni previsti per il 2016 direi che questo progetto guardi già al 2017 per cui abbiamo tutto il tempo necessario per riparlarne, anche se a me sembra sempre troppo poco! (Per questo esercito l’arte della pazienza, perché non è esattamente la mia dote migliore!)

  • Qualcuno disse che "con la cultura non si mangia". Cosa ne pensi? Cosa secondo te si potrebbe fare per facilitare questo mestiere?

Far capire alla gente che la cultura e l’arte sono invece pane di cui non si può fare a meno. Quando ne fanno esperienza le persone se ne rendono conto da sole, il problema è farlo accadere. La nostra epoca è ammalata di una distrazione cosmica, di uno spostamento continuo dal presente, dal necessario, dal qui ed ora, che ci darebbe invece lo sguardo puntuale sulla realtà, su chi siamo, su cosa succede dentro e fuori di noi. Leggere un libro, piuttosto che guardare uno spettacolo o un film o una mostra d’arte, richiede lo sforzo di fermarsi, di astenersi dalla fretta di cui siamo vittime, dalla fuga eterna e spasmodica verso chissà cosa o chi. Penso alle volte che si tratti di paura. La letteratura, l’arte, la filosofia, ci mettono a confronto diretto con l’abisso della vita e dell’essere umano, ci fanno annegare inesorabilmente dentro il mistero di Chi Siamo, e questo naturalmente terrorizza. Ma bisognerebbe accogliere il pericolo di un tale tuffo nella prospettiva dell’emersione a galla che ne consegue. La gente ha spesso paura di andare troppo in là, di sporgersi dal parapetto, preferisce quasi sempre spiare dalle tapparelle. Ma è il nostro sistema culturale e politico che ha provocato questo brutto vizio. Che ha confuso le idee, che ha diffuso convinzioni errate su come stanno le cose, delegittimando la fonte primaria che invece legittima l’essere umano, ossia il Pensiero, nel senso più alto e totale del termine. Allora io credo che solo chi ami profondamente questo mestiere, e dire Artisti può sembrare naif e generico quindi dirò gli “Attivisti dell’Arte”, possa rieducare la massa, direi a una nuova dieta (l’ennesima visti i tempi!)!

Come? Andando da lei. In mezzo a lei. Nei supermercati. Nei negozi. Per le strade. Nelle scuole. Nei locali. L’Arte non ha forma, è come l’acqua, e questa è la sua grande forza: può adattarsi a qualsiasi “contenitore”. Ed è quello che nel mio piccolo mi sto impegnando a fare dopo queste repliche al Teatro Studio Uno con CAPINERA. Andare fuori. Andare ovunque. Far comprendere alla gente che il teatro non è una cosa da “andare a vedere”, ma è una cosa che si fa, che si compie, che accade, e che ci riguarda tutti, profondamente e senza sconti. Non nutro nessuna speranza nella politica. Ma tantissima nelle persone. Dovremmo essere noi per primi ad assumesse questo mestiere come qualcosa di più politico, come un’azione che vada nettamente fuori dai confini dell’intrattenimento e dello svago, ma che abbia la forza e l’urgenza di cambiare le cose, di cambiare le persone, di migliorare il mondo, il nostro mondo, che poi è casa nostra. Il sistema è veramente marcio, per questo bisogna semplicemente bypassarlo, scavalcarlo se necessario. Certi limiti burocratici con cui mi sto scontrando nel lavoro di distribuzione di CAPINERA mi hanno reso evidente con grande amarezza quanto si perda continuamente di vista l’obiettivo, quanto l’arte, la qualità, l’utilità di un progetto e il suo potenziale, vengano del tutto offuscati da fattori del tutto estranei al “bene comune” e sfacciatamente orientati e finalizzati al “bene privato”. I nostri cari “poltronati” dovrebbero ripassare un po’ di storia: la polis? L’origine del teatro? Gli antichi Greci? Forse ci troverebbero qualche spunto utile… e direi che mi fermo qui.

  • Come esponente di una giovane generazione di artisti, cosa vuoi consigliare a chi sta pensando di studiare le arti, ed in particolare recitazione? A cosa deve prepararsi?

Come dice Bukowski nella sua splendida poesia in cui parla del mestiere dello scrittore, consiglio a chiunque voglia intraprendere questo percorso di non farlo assolutamente se non sia l’unica possibilità di stare al mondo. E non perché non si sappia fare niente in particolare o particolarmente bene, e allora: quasi quasi faccio l’attore! (filosofia che ahimè oggi va molto di moda), ma se sentite che solo questo mestiere possa dare senso profondo alla vostra vita e che voi possiate dedicare la vostra vita ad esso. Questo mestiere non ha mezze misure. Ha l’incoscienza di un ragazzino innamorato e la profondissima coscienza del vecchio saggio. Quanto a cosa ci si debba preparare la lista è piuttosto lunga: all’abnegazione, alla dedizione, allo studio e all’impegno incondizionati e costanti, al sacrificio, alla frustrazione, alla confusione, al rigore, allo smarrimento e alla delusione, alla stanchezza, alla polvere, alla pazienza, all’umiltà, alla disponibilità, alla fiducia, allo sguardo ampio e profondo, alle lacrime amare e dolci, alla forza, alla scoperta, alla pienezza, all’entusiasmo, alla conoscenza, alla crescita, al desiderio, alla gioia, all’infaticabilità, all’adrenalina, alla caffeina!, al piacere, alla comprensione, alla meraviglia, al batticuore, alla poesia, alla fantasia, allo slancio, al volo.

 

Per chi volesse approfondire la conoscenza di Rosy e seguirla (speriamo vivamente non solo virtualmente), di seguito i social:

Facebook: Rosy Bonfiglio

Twitter: @RosyBonfiglio

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Juri Signorini

Viaggiatore iperattivo, tenta di sempre di confondersi con la popolazione indigena.

Amante della lettura, legge un pò di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare ai sofferenti per amore, inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.

Melomane vecchio stampo: è chiamato il fondamentalista del Loggione. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner.

L'opera preferita tuttavia è la Tosca, la quale si narra, ma non vi sono prove certe, lo abbia commosso fino alle lacrime..

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