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#Eravamo al sicuro. Al sicuro tra le fauci dell’inferno

AVEVANO SPENTO ANCHE LA LUNA

autore: Ruta Sepetys
editore: Garzanti
genere: narrativa
anno: 2011
lunghezza di stampa: 211 pagine
ISBN: 978-88-116-7036-0

Non riuscivo a dormire. Mi chiesi se fuori c’era la luna, e, se c’era, com’era. Il papà diceva che gli scienziati pensavano che dalla luna la terra sembrasse azzurra. Quella notte ci credetti. L’avrei disegnata azzurra e piena di lacrime.

Passando davanti al quadro, i miei piedi si fermarono. La faccia. Mi ipnotizzò, più di qualunque altra opera avessi mai visto. Era un ritratto a carboncino di un giovane uomo. Gli angoli delle labbra erano incurvati verso l’alto ma, nonostante il sorriso, il dolore sul suo volto mi fece venire le lacrime agli occhi. I fini dettagli dei suoi capelli si fondevano delicatamente, eppure creavano una forte variazione.

Li odiavo, quelli dell’NKVD e i sovietici. Piantai un seme di odio nel mio cuore. Giurai che sarebbe cresciuto fino a diventare un albero imponente, le cui radici li avrebbero strangolati tutti.

Persone che non conoscevo formarono un cerchio intorno a me, riparandomi dalla vista. Mi scortarono sana e salva fino alla nostra yurta, senza che mi scoprissero. Non chiesero nulla, erano felici di aiutare qualcuno, di riuscire a ottenere qualcosa, anche se non era a loro beneficio. Avevamo cercato di toccare il cielo dal profondo degli abissi. Capii che se ci fossimo incoraggiati a vicenda forse ci saremmo andati più vicino.

Avevo fantasticato spesso su come avrei potuto vendicarmi di quelli dell’NKVD, su come avrei massacrato di botte i sovietici se solo ne avessi avuto l’occasione. Ne avevo avuto l’occasione. Avrei potuto deriderlo, gettargli addosso dei tronchi, sputargli in faccia. Lo odiavo, giusto? Avrei dovuto voltarmi e andarmene via. Mi sarei dovuta sentire bene dentro. Non era stato così. Il suono del suo pianto mi aveva fatto male fisicamente.


 

L’orrore della deportazione in Siberia.

VENTI MILIONI di persone morirono per volere di Iosif Stalin.

Lituania, Lettonia, Estonia furono praticamente “cancellate” dalle carte geografiche.

La vita di VENTI MILIONI di persone fu fatta prigioniera nel regno del terrore.

Lina, insieme a sua mamma e a suo fratello Jonas venne prelevata da casa una notte del 1940 dai soldati dell’NKVD. Nessuno gli disse perché, come mai e dove sarebbero andati. Ma soprattutto che fine aveva fatto suo padre.

Vennero caricati su un treno insieme ad altri lituani, senza possibilità di usare un bagno, senza mangiare se non un secchio di brodaglia e un secchio di acqua per ogni vagone.

Nessuna possibilità di curare chi si ammalava nel tragitto o seppellire i cadaveri di chi moriva nel lungo viaggio.

Arriverà in un campo dove verrà costretta a scavare buche con una vanga priva di manico, raccogliere, coltivare patate e barbabietole senza poterne mangiare se non quelle che riuscirà a rubare, dormire sul pavimento di una lurida capanna già occupata da un’altra donna, essere umiliata.

Conoscerà la fame, la sete, la vergogna, la paura e l’umiliazione. Ma anche l’amore per un ragazzo prigioniero nello stesso campo, la solidarietà tra i prigionieri. E non permetterà, mai a nessuno di scalfire la sua voglia di vivere.

Ma il peggio non è ancora arrivato. Verrà inviata in un campo in Siberia, ai confini del mondo, dove l’inverno dura 10 mesi all’anno, dove il ghiaccio è presente sulle pareti interne della yurta che, insieme agli altri, sarà costretta a costruirsi con materiali di fortuna.

Un giorno di fine bufera, il dott. Samodurov entrerà nel campo e si presenterà come un raggio di sole dopo la notte più buia e lunga di tutte le altre.

Lina sarà prigioniera per 12 anni.

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