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#Divine (tragiche) Parole

DIVINE PAROLE

di Ramón María del Valle-Inclán

 

Traduzione di Maria Luisa Aguirre d'Amico

 

Regia di Damiano Michieletto

 

Scene Paolo Fantin

 

Costumi Carla Teti

 

Luci Alessandro Carletti

 

con Fausto Russo Alesi, Marco Foschi, Lucia Marinsalta, Sara Zoia, Bruna Rossi, Gabriele Falsetta, Federica Gelosa, Francesca Puglisi, Federica Di Martino, Cinzia Spanò, Nicola Stravalaci, Petra Valentini, Alfonso De Vreese, Benedetto Patruno, Marco Risiglione

 

Presso Piccolo Teatro Studio Melato

 

Al Piccollo Teatro Studio Melato da mercoledì 25 Marzo a giovedì 30 Aprile 2015

Dal testo teatrale del 1919 omonimo, grande classico in Spagna, da noi quasi sconosciuto, di Ramón del Valle-Inclán.

Questo spettacolo è diventato immediatamente causa di svariate polemiche, perché o piace parecchio o non piace affatto.

La trama narra la brutta storia di umanità disperate, che girano intorno alla famiglia del sacrestano di una cittadina della Galizia, Pedro e Mari Gaila sua moglie. L’uomo ha un nipote nato idrocefalo che la madre, in cerca di facili guadagni, utilizza per chiedere l'elemosina. Ma un giorno la madre muore e Mari ed un’altra cognata si disputano la custodia dell' "infelice" per continuare a lucrare sulla sua sfortuna. 

Questa umanità disperata passa al setaccio tutti i vizi umani grazie ai vari personaggi: ladri, assassini, accattoni, prostitute, mendicanti, alcolisti, transessuali arrivando alla rappresentazione stessa del male, nella figura di Séptimo Miau, che porterà i personaggi attraverso la tentazione e  l'odio ad un incredibile crescendo di brutalità, terrore e degradazione, senza alcun filtro per lo spettatore.

Lo scenografo, Paolo Fantin, decide di ambientare il dramma nel fango, non metaforicamente parlando, nel  fango vero che avvolge, "letteralmente" i personaggi. Ad aumentare il senso di disagio oltre alla profusione di melma e tanto, tanto sangue c'è la colonna sonora soave ed angelica, completamente in antitesi con la scia tetra del dramma. Tra le musiche ricordiamo il Miserere di Allegri, ed il Requiem di Fauré.  

Il momento culminante arriva quando la folla del paesino, aggredisce la moglie adultera del sagrestano, la denuda, la getta nel fango, e vuole lapidarla. Ma il marito anzichè farsi giustizia ammazzandola, recita le divine parole: "Qui sine peccato est vestrum, primus in illam lapidem mittat" (chi di voi è senza peccato, scagli per primo quella pietra).

Spettacolo, per fortuna, sconsigliato ai minori, assolutamente esagerato che vede alla fine, gli attori stravolti e gli spettatori sconvolti, i primi coperti di fango, i secondi di angoscia. Si esce disorientati e inquieti. 

Nel paesino dove c'è l'immancabile chiesa, vediamo il sacrestano e mai il prete, se il male è sempre presente nella storia, perché non inserire anche un degno contrappeso come il bene? Perché ci deve essere per forza l'assenza di Dio?

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