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#Sokurov ci indica la strada

  • Scritto da Juri Signorini e Luca Cardone
  • Pubblicato in teatro
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GO. GO. GO

tratto da Marmi di Iosif Aleksandrovič Brodskij
 
traduzione dei testi: Gianni Buttafava, Fausta Malcovati, Serena Vitale
progetto e regia: Aleksandr Sokurov
testi originali e adattamento scenico: Aleksandr Sokurov, Alena Shumakova
assistenti alla regia: Simone Derai, Marco Mengoni
spazio scenico e art director: Margherita Palli
video design: Federico Bigi/Apparati Effimeri, Matteo Massocco
con Max Malatesta (Tullio), Michelangelo Dalisi (Publio), Elia Schilton (Iosif Brodskij), Olivia Magnani - Karina Arutyunyan, Paolo Bertoncello, Alessandro Bressanello, Giulio Canestrelli, Piero Ramella
sound design: Mauro Martinuz
costumi: Sasha Nikolaeva
luci: Fiammetta Baldiserri
direzione tecnica: Paolo Casati
assistente alla scenografia: Marco Cristini
Giudizio complessivo:
Impegno: 

Alexandr Sokùrov, controverso regista russo che non ha bisogno di presentazioni, esordisce a teatro con GO. GO. GO. Dopo l'anteprima nella splendida cornice del Teatro Olimpico di Vicenza, l'opera si stabilisce fino a fine mese sulla scena del Teatro dell'Arte della Triennale di Milano.

Successo di critica e pubblico per uno spettacolo, come previsto, difficile. Non tanto nella sua fruizione dalla trama tutto sommato scorrevole, quanto nelle riflessioni che suscita nello spettatore attento (quale è chi segue il regista russo), il quale esce dalla sala con tante domande che gli fluiscono in testa e la necessità di tempo per elaborare quanto appena vissuto.

Sokùrov si è ispirato alla pièce teatrale Marmi, nata dalla penna di I.A. Brodskij, autore inviso dalla critica sovietica che lo giudica eccessivamente critico (una somiglianza con il regista), di cui tuttavia si notano solo vaghi rimandi.

La scena si svolge in una piazzetta tipicamente italiana, con un lastricato di sanpietrini, buche e pozzanghere, su cui trovano spazio i tavolini di un bar e si affacciano palazzi dalla caratteristica architettura rinascimentale (a Vicenza scenografia naturale) con la facciata ornata da glicini, che offrono lo sfondo per un cinema all'aperto.

Protagonisti della vicenda, sono una coppia di topi-umani, la dualità della cui personalità è simboleggiata dalla maschera indossata sulla nuca. Spaesati e perturbati delle “doppie facce” delle animalesche sagome che roteano di continuo i loro corpi, creano confusione su chi o cosa stia fissando effettivamente il pubblico sulla scena. Un nuovo “unhemelich” teatrale.

Alle loro spalle nel frattempo si svolge il via-vai tipico dei cinema estivi, con la scelta dei posti e l'inizio della proiezione, un collage di immagini e suoni di un'Italia che fù, un neanche tanto velato omaggio a Fellini che compare tra la folla di spettatori interloquendo con una giovane Anna Magnani, interpretata dalla nipote Olivia, che lo saluta con la famosa battuta "A Federì, ma va a dormì, va!" (Roma, 1972).

I due esseri subumani manifestano una continua lotta tra l'animo e l'istinto animale e la spiritualità. Due creature prostrate all'altare pagano del consumismo, che tutto divorano dai libri alle pellicole di cui parlano con cinismo e disprezzo, ma da cui sono sedotti nell'eterno perseguimento come fine ultimo il possesso e il potere, proprio come i topi attratti dal formaggio. 

Contraltare alle due creature è un distinto signore che si scopre essere proprio Brodskij, che rivendica poesia e umanità e, osservando in una pozzanghera una foto dello scrittore stesso con la moglie, sembra speranzoso confidare nel bambino nell'ombra, quasi a passare il testimone alla prossima generazione.

Onori a Malatesta (Tullio) e Dalisi (Publio) i due grossi toponi umanoidi, dall'acuto spirito d'osservazione storica e la tagliente e violenta dialettica, mascherati da Sokùrov con quei vestiti noti nel percorso registico del cineasta russo; due mefistofeliche sagome, sciacalli di scena dalla morale imputridita, caricati di fascino ammaliante. Irresistibili. In platea, si è spesso vittima dei soliloqui rauchi ed amari dei due protagonisti che giocano a prendere un po' in giro i loro spettatori che, in una sorta di teatro nel teatro, diventano essi stessi comparse dello spettacolo.

Sinceramente poco chiaro risulta il ruolo di Fellini e la Magnani, una "comparsata" che non aggiunge nulla alla trama. Lo prendiamo come gesto di ammirazione per il regista romagnolo.

Go.Go.Go, che facciamo caso, non ha neanche il punto finale. Insomma, un vagare ambiguo, continuo, storico, ma comunque un andare. Quello che sembra il comando imperativo di un basso omino russo come Sokùrov non è nient'altro che il frutto di un'attenta osservazione. Un consiglio dunque. Vai ragazzo, fai arte, fai cinema, scrivi, ma vai, e resta umano.


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